Zitto e lavora. Altro che diritti!

Un recente editoriale di Eugenio Scalfari su la Repubblica dal titolo “Una lettera per la Camusso che viene da lontano”, reca un messaggio, a mio parere, orientato verso una direzione del tutto opposta a quella necessaria per riprendere la via dello sviluppo economico e produttivo del Paese. Egli attribuisce ai lavoratori e alle loro organizzazioni sindacali la responsabilità della ripresa della produttività, come se fossero loro ad orientare le scelte di politica economica in Italia. Non una parola ho letto di Scalfari (e vi assicuro che sono un lettore assiduo di Repubblica e degli interventi domenicali dello stesso Scalfari, quasi sempre di grande pregio, nonché dei suoi scritti quindicinali sull’ultima pagina de L’Espresso su scelte di Fiat relativamente a Pomigliano, a Torino e allo stabilimento di autobus recentemente dismesso (come potete osservare non cito nemmeno l’altro stabilimento dismesso per non apparire direttamente interessato per ragioni territoriali). Né mi soffermo sul distacco di Fiat da Confindustria con il pretesto che questa organizzazione mostra una disponibilità negoziale che la Fiat di Marchionne rifiuta: niente negoziati, o si fa come dico io o la Fiat leva le tende e va altrove.
Direte voi: ma che c’entra la Fiat con la riforma del Welfare? O con la riforma del mercato del lavoro? C’entra, eccome! Fiat ha imposto a Pomigliano un sistema regolatore dei rapporti di lavoro da sfruttamento selvaggio. Di tipo cinese o coreano, togliendo agli operai ogni diritto conquistato sul campo, mortificando la loro dignità di persone e riducendone la funzione di produttori ad automi subalterni al ciclo di lavorazione imposto dalla catena di montaggio. Il tutto motivato dalla competitività globale, specialmente da parte delle economie emergenti. Competere con queste economie, che nei loro Paesi praticano condizioni salariali diverse dalle nostre, postula la necessità per i lavoratori italiani e per i loro sindacati una forte moderazione salariale, sono le parole di Scalfari.
In sintesi, la ricetta “che viene da lontano” proposta da Scalfari è: in futuro per i lavoratori italiani meno diritti e meno salario. Questa la posizione riformista che si ricava dallo scritto domenicale di Eugenio Scalfari, che come visione progressista della nostra società non è niente male. E per dare solennità a questa ricetta da suicidio politico, economico e culturale evoca una vecchia intervista del 1978 a Luciano Lama, l’allora segretario generale della Cgil. Lama, in quell’intervista, rappresentava la federazione unitaria Cgil-Cisl-Uil e rivendicava al sindacato un ruolo protagonista della politica economica nazionale. Era il tempo nel quale le forze politiche – che allora erano una cosa seria – vivevano con sofferenza il pansindacalismo.
Tuttavia, allora il sindacato era l’unico soggetto unitario, non ideologico, in un sistema politico diviso dalla strategia dei due blocchi. Erano contingenze storiche del tutto diverse dalle attuali e postulavano atteggiamenti conseguenti di responsabiltà nazionale. E non va trascurato il dato strategico che, a quel tempo, non c’era ancora il Wto, l’organizzazione che gestisce la globalizzazione dell’economia, ma il commercio internazionale era regolato dalle fasi negoziali del Gatt, il trattato sul commercio internazionale.
Era un mondo totalmente diverso assolutamente non raffrontabile con quello attuale, il quale, secondo un’interpretazione della globalizzazione, per essere produttivo deve avere come riferimenti i sistemi esistenti in Cina, Corea, Bangladesh o Cuba. Secondo questa interpretazione della globalizzazione dell’economia, questi sono i sistemi da assumere come modelli. Se questa è l’interpretazione prevalente dell’economia globalizzata, come dare torto ai movimenti No Global? Speriamo che la versione dell’economia mondiale sia piuttosto quella che aiuta tutti i Paesi e tutti i popoli a crescere e progredire e poter dare torto ai No Global.
Torniamo al dunque. Come si fa a sostenere la teoria della moderazione salariale, quando anche chi ha la fortuna di avere un lavoro ed ha un reddito si colloca al di sotto della soglia di povertà? Caro Scalfari, glielo diciamo nella nostra lingua: “u saziu nun pò cririri o riunu”. E’ un modo popolare per dire che è facile pontificare a pancia piena.
Il riformismo – o presunto tale – del governo Monti, oltre a diminuire il potere d’acquisto dei redditi da pensione negandone l’adeguamento all’inflazione per due anni; ad aumentare il costo dei consumi di massa (energia, pedaggi, sigarette, ecc.); vuole ora togliere la dignità di persona ai lavoratori abolendo o superando le garanzie del rispetto umano assicurate dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Cosa assicura quell’articolo di legge? Che il singolo lavoratore possa essere licenziato per un motivo congruo o per una valida ragione. E non per l’arbitrio padronale. E’ un privilegio essere trattato e rispettato da persona, anche in occasione del licenziamento? L’articolo 18 non dice “è vietato licenziare”, dice che per dare corso a questo atto occorre che sussista una giusta causa o un giustificato motivo.
Sul versante del lavoro e delle pensioni, il governo Monti si è mosso con rapidità e disinvoltura, si guarda bene, però, dal tassare i grandi patrimoni, le grandi rendite finanziarie, in una parola i ricchi. C’è un altro modo di dire nella mia lingua che rende l’idea del comportamento scelto dal governo in carica ed è “cani nun mancia cani”, fra simili ci si rispetta e non ci si fanno dispetti.
Caro Scalfari, se è a questo riformismo che i lavoratori e i pensionati devono sacrificare la loro dignità, le diciamo che tale riformismo ha il respiro corto e i movimenti in atto, che sono promossi e gestiti da piccoli imprenditori, lo dimostrano a tutto tondo. Se non si mette in campo una politica economica che rispetti la dignità di chi lavora e che sostenga lo sviluppo e la crescita della piccola impresa, non sarà certo la moderazione salariale a rendere competitivo il sistema economico italiano.

 

Riccardo Gueci

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