Un «emigrante goffo» a Parigi

Sarà perché i catanesi hanno l’insana abitudine di uscire dalle loro “tane” in tarda mattinata, ma la presentazione di “Addio Kind of Blue”, in programma al Monastero dei Benedettini in ambito di DeScritto, il Festival dell’Editoria Indipendente, è cominciata con quaranta minuti di ritardo e pochi partecipanti. L’autore del romanzo è napoletano, e della città di Partenope ha la simpatia e la parlata. Si chiama Domenico Cosentino, scrittore trentenne che nel suo libro si auto-rappresenta per parlare di un «problema generazionale», ovvero quello dell’assenza di risorse che costringe molti giovani ad emigrare, come avveniva due generazioni fa, in cerca di speranze e sbocchi lavorativi.

«Il mio bisnonno è emigrato in Venezuela per dare un futuro ai suoi figli. Mio nonno ha combattuto contro i tedeschi. Mio padre ha lavorato una vita intera. Io, adesso, mi ritrovo nelle stesse condizioni del mio bisnonno: non sono in grado di assicurare un futuro ai miei figli», racconta lo scrittore napoletano. “Addio Kind of Blue” è una storia di abbandono della propria terra: il protagonista, Nico, è un «emigrante goffo» che come lo stesso autore – che definisce il suo libro autobiografico all’80% – arriva a Parigi con «la testa piena di ricordi e sogni, e le tasche sempre più vuote». Goffo perché non sa parlare il francese e «nemmeno l’italiano», afferma ironicamente Cosentino che, nel romanzo, usa molti termini napoletani. Goffo anche nel suo modo di approcciare le donne, con le quali ha esperienze occasionali, alcune di queste ritratte con comicità.

Il tema centrale del libro, afferma Giuseppe Torresi della casa editrice Villaggio Maori, non tocca «i moventi dell’emigrazione. Mi sono interessato a questo romanzo proprio perché non vi sono riferimenti diretti alle cause dell’emigrazione che, da meridionali, conosciamo tutti». Al centro della storia vi sarebbe la condizione di extracomunitario in cui si ritrova il protagonista, pur essendo un comunitario. Emarginato dalla gente del luogo, rinfrancato dalla solidarietà dei connazionali, anche loro emigrati. Con il minimo indispensabile per sopravvivere, il protagonista vive sull’orlo della precarietà, condizione in cui «basta un passo falso per finire in strada».

Eppure, non è necessario trovarsi soli in un paese straniero per provare questa sensazione di precarietà. Sono i «contratti di lavoro mensili, quelli settimanali, addirittura quelli ad ore» che fanno paura alla categoria di cui si parla nel libro: i trentenni (e non solo). Per loro, che non hanno avuto molte possibilità di usufruire di scambi culturali, perché «quando andavo all’università non c’era ancora l’erasmus», spiega l’autore, il momento del distacco dalla terra coincide con il momento di crescita. «È un dato di fatto che un napoletano su quattro trova lavoro. E dopo otto anni di fatiche, ho finalmente rubato lavoro a tre napoletani».

Una volta rientrato a Napoli, l’autore non si priva di esprimere per la sua città un giudizio negativo, dicendo di averla trovata «sporca e piena di spazzatura. Con i musei che a poco a poco chiudono per mancanza di fondi. Una città che, di questo passo, diventerà inutile».

Nel corso della presentazione non è mancato un riferimento all’Italia dei Bavagli, tema portante dell’intero Festival, che è partito dal giornalista Francesco Musolino, intervenuto all’incontro. Riferendosi all’Italia, parla di un «paese semilibero, in cui bisogna rendere conto ai padroni dell’informazione» e cita l’articolo 21 della Costituzione, che così recita: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.

In conclusione, Cosentino ha dedicato un pensiero all’editoria indipendente, cardine di DeScritto: «Alla Villaggio Maori ho trovato gli unici editori che hanno creduto in me e nel mio libro. E nel farlo hanno ricevuto solo questo in cambio». Se questa realtà fosse conosciuta e valorizzata nel modo giusto, forse molti altri giovani scrittori potrebbero usare le sue stesse parole.


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