Trivelle nel Canale di Sicilia, decide il Governo Tra il no dei cittadini e il silenzio di Crocetta

«Per rimanere alla metafora del presidente del Consiglio Matteo Renzi lanciata alla Leopolda: utilizzare le trivelle per soddisfare il fabbisogno energetico è come voler mettere un gettone nell’iPhone». L’arguto ribaltamento viene da Rocco La Rosa, attivista del comitato No Triv Licata, ai microfoni di Radio battente, emittente dell’Agrigentino. E il gettone di Renzi sarebbe il decreto Sblocca Italia, approvato mercoledì in Senato dopo il via libera della Camera (qui tutti i nomi dei deputati siciliani che hanno detto sì), contenente anche un apposito passaggio che trasferisce dalle amministrazioni locali al governo centrale la possibilità di autorizzare le nuove attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi.

«Per il ministero dello Sviluppo economico – si legge in una nota congiunta di Greenpeace, Legambiente e Wwf – ci sarebbero nei nostri fondali marini circa dieci milioni di tonnellate di petrolio di riserve certe. Quello che spesso non viene detto è che, stando ai consumi attuali, coprirebbero il fabbisogno nazionale per sole otto settimane». A questo si aggiunge il parere autorevole del noto geologo Mario Tozzi secondo cui il petrolio a buon mercato è già finito.

Nonostante ciò il governo Renzi va dritto per la propria strada. Insieme a un governo Crocetta rimasto in silenzio, al contrario di altre Regioni. Le attività di prospezione, di ricerca e coltivazione di gas e greggio nella terraferma e nel mare rivestirebbero, secondo la legge approvata mercoledì, «carattere di interesse strategico» e sarebbero, sempre secondo lo Sblocca Italia, «di pubblica utilità, urgenti e indifferibili». A rischio il canale di Sicilia, interessato già al momento da 13 progetti di estrazione in fase di approvazione. Il più importante in Italia è il progetto offshore (cioè sottomarino, ndr) ibleo presentato dall’Eni che comprende un ampio spettro di mare che va da Ragusa, comprende Gela e si estende a Licata

Usare le trivelle per soddisfare il fabbisogno energetico è come voler mettere un gettone nell’iPhone

Dopo l’approvazione, con prescrizioni, da parte del ministero dell’Ambiente a luglio, gli attivisti di Greenpeace hanno diffuso un report dal titolo esplicativo: Come autorizzare le trivelle nel mare siciliano senza valutare i rischi ambientali e gli impatti socio economici. Da parte sua la multinazionale energetica, anche dopo l’azione di protesta che per 30 ore ha bloccato le trivelle al largo di Gela, ha ribadito che le due perforazioni esplorative e i sei pozzi non comportano né impatto visivodanni per la pesca e per il turismo. Senza specificare però il modo in cui ciò non dovrebbe avvenire. 

«Il progetto offshore Ibleo è destinato alla produzione di gas naturale, che è la più sostenibile tra le fonti fossili – continua il comunicato della società – A circa 30 chilometri dalla costa e a una profondità d’acqua di oltre 600 metri. Si tratta di produrre gas naturale per oltre 10 miliardi di metri cubi in circa 14 anni contribuendo con circa 4 milioni e mezzo di metri cubi al giorno di gas metano al fabbisogno energetico italiano». Ma il fabbisogno, a detta degli esperti, andrebbe abbassato attraverso il recupero e l’efficienza energetica. E attraverso l’utilizzo di fonti non destinate a finire come quelle fossili. 

Anche Dario Cartabellotta, neocommissario del Comune di Licata ed ex assessore regionale alle Risorse agricole, si schiera contro. Sicuramente il progetto delle trivelle – dice anche lui ai microfoni di Radio battente – è incompatibile con l’attività di pesca e con le attività di valorizzazione del territorio. Solo la pesca nel mar Mediterraneo vale 500 milioni di euro in Sicilia». 


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