L’ipotesi di un bis alla presidenza della Regione Siciliana per Renato Schifani si è spenta definitivamente nei corridoi romani. Tra le consultazioni ad alta tensione con il vertice nazionale di Forza Italia guidato da Antonio Tajani e la pressione per preservare la tenuta della coalizione di centrodestra, gli organi centrali del partito hanno concesso al […]
Il dopo Schifani è già iniziato: tra i nomi degli azzurri quelli di Mulè, Falcone e Minardo
L’ipotesi di un bis alla presidenza della Regione Siciliana per Renato Schifani si è spenta definitivamente nei corridoi romani. Tra le consultazioni ad alta tensione con il vertice nazionale di Forza Italia guidato da Antonio Tajani e la pressione per preservare la tenuta della coalizione di centrodestra, gli organi centrali del partito hanno concesso al governatore una sorta di time lapse istituzionale: gli viene garantita la permanenza a Palazzo d’Orléans per portare a termine il mandato in corso senza provocare un traumatico scioglimento anticipato, a patto di salire a Roma per andare a rapporto e concordare i paletti della fase conclusiva e della successione.
Nino Minardo e il sasso nello stagno della svolta azzurra
La scossa decisiva nell’equilibrio politico siciliano è arrivata proprio dall’interno della compagine di centrodestra. Il deputato nazionale e commissario regionale azzurro Nino Minardo ha aperto pubblicamente le ostilità, invocando con fermezza la necessità di una proposta politica nuova, di una discontinuità nei metodi e della tutela della credibilità del partito. Un attacco diretto che ha costretto Schifani a prenderne atto e che ha provocato ore di altissima tensione nei colloqui telefoni con i vertici nazionali.
Con questo affondo, Minardo si è posizionato non solo come l’artefice dello strappo che ha reso palese l’impossibilità di un Schifani bis, ma anche come un credibile contendente outsider. Pur avendo aperto la contesa in modo ruvido, il parlamentare ragusano punta ad accreditarsi presso Roma come il garante del rinnovamento e del rilancio dell’azione politica del centrodestra nell’isola.
Giorgio Mulè e Marco Falcone: il toto-nomi per il dopo-Schifani
Con la casella del candidato governatore destinata a liberarsi alla scadenza del mandato, le grandi manovre all’interno di Forza Italia e dell’intera alleanza sono già nel vivo. I profili alternativi riflettono diverse anime ed equilibri interni. Il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè rappresenta l’opzione di profilo istituzionale e nazionale maggiormente strutturata. Da tempo attento alle dinamiche dell’isola, Mulè vanta la sponda politica dei vertici romani e un profilo comunicativo forte, capace di federare le diverse correnti della coalizione e superare le spaccature locali.
Dal canto suo l’eurodeputato (ed ex assessore regionale all’Economia e alle Infrastrutture) Marco Falcone rappresenta il braccio territoriale forte. Dotato di un bacino di preferenze radicato e di una profonda conoscenza dei meccanismi amministrativi di Palazzo d’Orléans, Falcone incarna la continuità operativa dell’azione di governo, pur offrendo il cambio di passo generazionale chiesto da ampi settori del partito.
Non si può, però, tenere conto della candidatura a sorpresa, ma strategicamente calcolata, di Nino Minardo. La sua presa di posizione nell’ultima crisi gli garantisce la centralità nelle decisioni future; se Roma dovesse scegliere la linea del completo strappo con la gestione uscente, Minardo si troverebbe nella posizione ideale per essere la sintesi del rinnovamento.
La road map verso la scadenza elettorale
Il bilancio politico è tracciato. Il tempo supplementare accordato a Renato Schifani permetterà all’esecutivo regionale di chiudere i dossier pendenti e approvare i provvedimenti finanziari, evitando l’esercizio provvisorio o una paralisi delle istituzioni. Tuttavia, l’ultimo anno di presidenza si preannuncia complesso: Schifani si avvia a completare il proprio lavoro da anatra zoppa, mentre a Roma e a Palermo le diplomazie di partito lavoreranno per evitare la frammentazione del centrodestra e blindare la nuova candidatura alla Presidenza. Che non sarà quella di Renato Schifani.