San Cristoforo, folla di fan per Gianni Celeste Il blogger: «Un boato per Nu Latitante»

Alle 22, via del Principe è pronta. Di fronte al palco, posizionato in mezzo alla strada all’altezza di via Alcibiade, la folla è compatta. Più indietro, all’incrocio con via Villascabrosa, è attraversata dal traffico dei veicoli. Le moto, parcheggiate comodamente in mezzo alla confusione, formano una tripla fila di posti a sedere, con intere famiglie sedute sopra. Anche i balconi che danno sulla via, e un alto terrazzo dietro il palco che domina la scena, sono occupati.

Dopo aver sopportato due emergenti-spalla neomelodici in apertura, la folla aspetta Gianni Celeste. Quando spunta, maglietta scollata e calvizie matura ma portata con sobrietà, la folla esplode, come i fuochi d’artificio che con il loro fracasso coprono quasi per intero la prima canzone.

Si mostra un po’ emozionato, Gianni, anche se questa è forse l’unica nota insincera della serata. Il pubblico infatti non è venuto qui per fare presenza o per inseguire un nome, ma per ascoltare le canzoni di Gianni Celeste, uno di loro. E’ il popolo di San Cristoforo che riempie via del Principe, il bar-pizzeria e la panineria che evidentemente, a giudicare dai ripetuti ringraziamenti rivolti loro dal palco, hanno tirato fuori i soldi per organizzare l’evento.

Pubblico eterogeneo per Gianni Celeste

Sono pochi gli infiltrati, non troppo difficili da identificare: macchine fotografiche alla mano, niente trucco, e uno sguardo tra lo scettico e l’interessato. E soprattutto, non cantano.
L’audio è terribile, rimpallato dalle strette pareti della strada. La chitarra ne esce ancora bene, una chitarra che sembra venuta fuori dagli anni d’oro del metal inglese. Non così le tastiere, cacofoniche, e la voce, a malapena comprensibile. Ma poco importa, tutti sanno quello che bisogna cantare, e Gianni li lascia fare spesso, puntando loro contro il microfono. E’ una partecipazione spontanea e trascinante, fa venir voglia di saperle, quelle parole, di amalgamarsi alla folla.

Gianni Celeste ha esperienza e carisma. Non batte ciglio quando il pubblico inizia ad arrampicarsi dalla parte posteriore del palco, occupandolo progressivamente, né si tira indietro di fronte alle dediche che gli vengono richieste di continuo: «da Maurizio a sua moglie» o «A due nostri amici che non ci sono più, e ci ascoltano dal cielo». E poi balla, suda, e da buon cantante d’opera neomelodica, lancia vocali modulate come il canto di un muezzin, sommerse dai riff di chitarra elettrica.

Per chi qui è venuto per la gente più che per la musica, la serata tocca l’apice quando Gianni fa uno strappo alla regola e canta una canzone che «di solito non metto mai in scaletta», ma che «qui, tra noi cresciuti tutti nel quartiere, nati nel quartiere» non poteva non fare: Nu Latitante.
Dedicandoli “ai nostri cari che vorrebbero essere qui con noi ma non possono”, Gianni canta i versi del povero latitante che non vive più, lontano dalla famiglia e dalla sua casa. Un boato accoglie dedica e canzone: evidentemente devono essere molti quelli in fuga, da queste parti.

A mezzanotte esatta, al semplice «ciao!» lanciato dall’idolo neomelodico che scompare dietro il palco, la folla volta le spalle e si disperde come un gregge spaventato, senza riservare ai musicisti un ultimo applauso e senza neanche aspettare che finisca la canzone. Quando si spengono le note, non c’è rimasto quasi più nessuno in strada. Anche volendo, un bis sarebbe impossibile. Ma forse è giusto così: perché recitare la solita ridicola commedia? Qui è tutto al naturale.

D’altronde, due ore di concerto sono tante e i bambini in braccio alle mamme, storditi dalla musica rimbombante, sono ormai sull’orlo dello sfinimento.

[Video, foto e testo dal blog “il grillo”, di Danilo Allegra]

Danilo Allegra

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