«Lo Stato prima mi fa fallire e poi mi presenta il conto» Cresce l’incubo dei Misuraca, tra i debiti e la solitudine

«Ho visto mia moglie cadere a terra e diventare rigida come un pezzo di legno. Davanti a quella scena mi è crollato il mondo addosso, mi sono sentito una persona inutile». Come dargli torto? Filippo Misuraca, imprenditore edile di Giardinello che ha denunciato Cosa nostra e fatto arrestare numerosi mafiosi, negli ultimi anni ne ha viste davvero di tutti i colori. Dalle auto date alle fiamme davanti casa sua agli animali ripetutamente trucidati, fatti ritrovare senza zampe oppure senza testa. Per non parlare delle minacce e delle intimidazioni, ma anche dell’isolamento generato da quella sua collaborazione con lo Stato, sullo sfondo di un paese che gli ha voltato le spalle e lo ha lasciato solo. Orrori di ogni sorta che la vita gliel’hanno cambiata per sempre, gliel’hanno avvelenata. Ma è stato nulla rispetto al vedere la propria moglie stare male, al culmine dell’ennesima terribile giornata riservata da quella scelta fatta ormai sette anni fa. Lei è Margherita Landa, presidente dell’associazione Sostenitori dei testimoni e dei collaboratori di giustizia che si trova a Palermo, a pochi metri dal tribunale. E venerdì il suo corpo le ha presentato il conto dopo anni di bocconi amari, delusioni, amarezze e paura.

«Un collasso davanti alla prefettura – torna a raccontare Filippo -. Ho temuto si trattasse di infarto. Tutti i funzionari si sono preoccupati, ci hanno aiutato. E poi quella corsa in ospedale, in quei momenti ero talmente spaventato che non ricordavo nemmeno più le strade, non sapevo più come arrivare al Policlinico dalla via Cavour». Sono momenti concitati e drammatici, quelli che seguono. E nemmeno l’arrivo in ospedale in codice rosso placa l’atmosfera. «Già pensavo a come avrei potuto dirlo ai miei figli – confida, ancora scosso, Filippo -. Dirgli che alla mamma era successa una cosa terribile, che non c’era più». Perché la sua mente, in quei frangenti, vaga fino ad approdare ai pensieri peggiori. Ma non c’è nessun infarto e Margherita, dopo un po’, riesce a riprendere conoscenza. «Volevano tenerla sotto osservazione per una settimana, ma è voluta tornare a casa la sera stessa. Ci hanno consigliato di consultare un neurochirurgo e di farci dare dei calmanti». Passata la paura, però, quella che rimane è la rabbia. «È così che ci aiuta lo Stato? – chiede adesso -. Togliendoci tutto e portandoci a questo? A crollare dopo l’ennesima batosta?». Quella cioè del salatissimo conto di oltre un milione di euro che la famiglia Misuraca dovrà saldare entro novembre.

«Io ho lavorato tutta la vita, ho sempre pagato i miei operai, ogni tassa e ogni contributo. E oggi, dopo le mie denunce, sono a questo punto. Ma attenzione – vuole precisare -, non ce l’ho con lo Stato in sé. Ma con alcuni funzionari che purtroppo temo non sappiano fare il proprio lavoro, malgrado il delicato ruolo che rivestono. E la vita che ci va di mezzo poi è la mia». Ma cos’è questo conto che le stesse istituzioni che non sanno proteggere e tutelare questa famiglia – e tante altre come la loro – adesso gli sbattono in faccia? Per capirlo, occorre fare un passo indietro. «Aspettiamo dal 2015, anno in cui siamo stati ufficialmente riconosciuti vittime di racket, il cosiddetto mancato guadagno, che ci permetterebbe di ricominciare a lavorare e riavere forse la normalità di un tempo». Ci sono delle conseguenze del cosiddetto “evento lesivo” subito dalla vittima, inteso come «qualsiasi danno a beni mobili o immobili, lesioni personali, ovvero un danno inteso come mancato guadagno inerente all’attività esercitata», per citare quanto scritto dall’ufficio del commissario straordinario del governo nel vademecum del 2018, che contiene le procedure per l’accesso al Fondo di solidarietà riconosciuto alle vittime di estorsione e di usura.

Fondo che prevede diversi benefici. Come, nel caso di estorsione, «un’elargizione pecuniaria, senza obbligo di restituzione, in favore delle vittime, a titolo di contributo al ristoro del danno patrimoniale subito. L’elargizione – si legge più avanti – è corrisposta in misura dell’intero ammontare del danno e comunque non superiore ad euro 1.549.370,70». Nel caso dei Misuraca, però, di questi soldi neanche l’ombra. «Forse sono l’unico imprenditore in Italia che ha avuto sei sospensioni dei termini. Lo Stato mi blocca tutto quello che è esecutivo, mi congela contributi e debiti, e quando scade questa sospensione la rinnova, sempre sulla base del mancato guadagno. Solo che questa cifra, bloccata ormai da sette anni, nel frattempo è lievitata e adesso supera il milione di euro. Cifra che dovrò rendere entro novembre». Da un lato, quindi, lo Stato riconosce il loro diritto di ricevere il cosiddetto mancato guadagno. Che, però, in questi anni non ha mai erogato alla famiglia, che è comunque dovuta andare avanti. Come? Con un’altra misura riconosciuta in questi casi, quella appunto della sospensione dei termini, che permette per un periodo determinato di non pagare tasse e contributi, bloccando temporaneamente anche i debiti. Una misura concepita per andare incontro alla vittima che denuncia ma che, se rinnovata per tutto questo tempo come in questo caso (e sempre senza aver ancora percepito i soldi del mancato guadagno), finisce per peggiorare la situazione, facendo lievitare a dismisura le somme che in qualche modo la vittima dovrà comunque rendere. 

«Se mi fosse stato dato nel giro di un anno il mancato guadagno, il mio debito sarebbe stato nettamente inferiore e avrei potuto saldarlo, aprire una nuova attività, cambiare nome, ricominciare insomma. Invece sono a questo punto, e lo Stato cosa fa? Mi congela tutte cose, i debiti e tutto, e intanto mi manda un’istanza di prefallimento perché ora il debito è lievitato a un milione e 400mila euro, ci sono anche le cartelle esattoriali con un anno di scadenza e con interessi pieni. Interessi che si sommano a sette anni di tasse non versate, lievitate fino a questo punto – spiega ancora -. Ma è lo Stato in difetto con noi, perché è lo Stato che entro massimo 300 giorni deve riconoscerti i tuoi diritti. C’è chi ha preso milioni di euro, chi ha avuto attività e locali in giro per l’Italia, chi è potuto ripartire anche meglio di prima. A noi arriva questo invece. Lo Stato mi sta portando al fallimento. Sono andato a chiedere in prefettura una sospensione, ma mentre aspetto questa sospensione dei termini con validità di tre anni lo Stato stesso mi fa l’istanza di fallimento. In pratica lo Stato prima mi fa fallire e poi mi chiede i soldi. Io sono stato riconosciuto vittima di mafia a febbraio 2015, io che colpa c’ho se ho denunciato?», si chiede adesso Filippo. «Se entro questa settimana intanto non dimostro tutti i bilanci davanti al giudice nominato, la mia azienda sarà dichiarata ufficialmente fallita».

La famiglia non riesce a darsi pace per la piega presa dalla loro vita, dal giorno della denuncia ad oggi. «Finora ho lavorato senza poter prendere soldi – continua -, perché lo stipendio viene subito pignorato dalla Riscossione Sicilia. La banca non mi dà prestiti, come si campa così? Mia moglie lavora a scuola per fortuna, ma abbiamo tre figli e debiti che crescono. Cosa devo fare, mi do fuoco? Ho denunciato una marea di delinquenti, cosa dovevo fare di più? Ho venduto di tutto, dagli appartamenti purtroppo svalutati, agli orologi e le macchine pur di far mangiare i miei figli. Va bene così, ma non può durare per sempre. Io non sono un delinquente, non andrò a rubare quando non ce la farò più, né sono un parassita, io vivo di lavoro, voglio solo la serenità che avevo prima di denunciare. Quella che ho perso insieme ai parenti e agli amici, che mi hanno voltato le spalle. Costretto a chiedere aiuto a un sistema che però è corrotto e all’ombra del quale si nasconde una speculazione inimmaginabile». Nonostante tutto, però, il suo spirito non si piega mai completamente. E Filippo è oggi ancora in grado, al netto delle tante brutture successe negli ultimi sette anni, di riconoscere e apprezzare le cose belle.

«Quante umiliazioni…ma anche quanta solidarietà da parte di totali estranei, dal dottore incontrato in ospedale al signore per strada, a una dirigente della prefettura che, dopo quello che è successo a mia moglie, mi ha tormentato di telefonate per rimanere aggiornata, è stata molto disponibile – racconta -. Intanto, quando finalmente la mia vita riprenderà il suo normale corso, la prima cosa che farò sarà prendere a lavorare con me quei collaboratori di giustizia con cui oggi faccio rete. Lo so cosa penseranno tutti: “aiuterà gli ex mafiosi che lo hanno vessato?” Non sono le stesse persone, ma poco importa in ogni caso, la vera antimafia è questa, non certo quella che si fa oggi nei salotti».

Silvia Buffa

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