Le donne di Pedro


Regia
: Pedro Almodóvar
Sceneggiatura: Pedro Almodóvar
Montaggio: José Salcedo
Cast:Penélope Cruz, Carmen Maura, Yohana Cobo, Lola Dueñas, Blanca Portillo
Fotografia: José Luis Alcaine
Musiche: Alberto Iglesias

Anno: 2006
Nazione: Spagna
Distribuzione: Warner Bros
Durata: 120′

 

 
Quando il viento solano soffia sono infinite le cose che porta con se. Ed è proprio il vento de La Mancha ad aprire e chiudere il sipario della nuova storia firmata Pedro Almodóvar, come in un cerchio disegnato sulla sabbia: delicato, sottile e irregolare, ma perfetto per la sua semplicità. Tutto è un ritorno, sembrano sussurrare il vento e la voce interiore di ciascuno dei personaggi ripescati dall’infanzia del regista, dalla “Spagna profonda” che ti nutre e ti avvelena, un volver al mondo delle opportunità dopo anni di rinunce, alla terra d’origine dopo la fuga, alla vita dopo la morte. Ed è una spontaneità disarmante quella con cui vita e morte si mescolano, nella realtà delle donne ritratte da Almodóvar. Donne che si occupano con cura quasi maniacale, in un rituale che sa di antico e imprescindibile, delle lapidi dei familiari defunti e perfino della propria tomba futura come fosse una “casa per le vacanze”.

Donne di paese, immobili nelle loro superstiziose certezze, vittime e carnefici a un tempo di una vita costruita su rumori, dicerie, misteri irrisolti che sono destinati a rimanere tali perché è giusto così, e donne di città, tenaci e solidali, ingenue quanto basta, coraggiose e ingegnose quando le circostanze lo richiedono. Le une avviluppate alla legge del pueblo e alle falsità che essa propina, le altre soffocate da una società che attraverso la tv-spazzatura, attraverso i reality che di tutto si alimentano tranne che di realtà autentica, ostenta un bisogno di verità altrettanto inconsistente. Audaci e impaurite, timide e sfacciate, sagge e avventate, ma forti come non mai, le nuove donne di Pedro sono l’unico pilastro su cui è costruito il film, su cui si fonda la vita stessa, l’unica fiamma che arde incondizionatamente e incondizionatamente illumina ciò che la circonda: Carmen Maura, che finalmente ricompone il sodalizio con il regista nei panni della nonna-fantasma fatta di lacrime e sorrisi orgogliosi e sinceri; Sole (Lola Dueñas), figlia intimorita, fragile e candida in ogni circostanza; Agustina (una Blanca Portillo che viene da grandi successi teatrali, ma che si adatta alla tempistica del grande schermo come fosse il suo ambiente naturale), portabandiera di tutte quelle donne che dedicano la vita ai familiari e che dopo la loro scomparsa si ritrovano nella più assoluta solitudine; ma al di sopra di tutte Raimunda, una Penélope Cruz che è reincarnazione di Anna Magnani, bellezza prepotente che la volontà e lo spirito di sacrificio rendono straordinariamente incantevole agli occhi del pubblico – figlia, moglie delusa e sorella premurosa, ma più di ogni altra cosa madre implacabile, che lotta contro la vita senza risparmiarsi pur di proteggere la sua creatura dal presente e dal passato che incombe.

Tre generazioni di donne che sopravvivono al vento, al fuoco, alla follia e perfino alla morte, attraverso la bontà, le bugie e una vitalità senza limiti. “Sante senza religione” che lo sguardo di Almodóvar aveva già accarezzato (basti pensare alla protagonista di “Todo sobre mi madre”), esseri umili cui la vita non smette di procurare amarezze, e che ciò nonostante ci fanno ridere, che ridono di se stesse, che innalzano alla vita un canto che il pensiero della morte non riesce nemmeno a scalfire. Così come in “La mala educación” e al di là di essa, Almodóvar torna alla sua infanzia costruendo un delicato women’s picture che strizza l’occhio al neorealismo italiano (Carmen Maura che durante l’ultima sequenza guarda in tv l’immortale “Bellissima” di Luchino Visconti è più che ammiccante, in realtà) attraversa il film noir, la commedia, e che non disdegna il momento musicale quando Penélope Cruz fa sua la voce di Estrella Morente e intona il tango che dà il titolo al film e lo impreziosisce.

Nulla di surreale, dunque. Nulla di più vicino alla realtà manchega che il regista non può fare a meno di voltarsi indietro a guardare, seppure attraverso la polvere portata dal vento: una realtà nella quale i morti non muoiono mai, e rimangono tra i vivi per compiere le loro promesse; una Spagna spontanea, divertente, solidale e temeraria; la Spagna delle donne, perchè guardando Volver è loro che vediamo, sono loro ciò che importa davvero. E ci dimentichiamo di tutto il resto.


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