‘Laureare l’esperienza’: i dubbi di un diretto interessato

C’erano tutti i “plenipotenziari” dell’ateneo catanese, lunedì mattina al rettorato, per presentare il progetto “Laureare l’esperienza”, dal Magnifico rettore Latteri ai presidi delle facoltà interessate (Mineo, Lettere e Filosofia, Pioletti, Lingue e Letterature Straniere, Vecchio, Scienze Politiche), e c’è da dire che a sentire le parole dei succitati professori, oltre a quelle dei rappresentanti dell’Ordine Regionale dei Giornalisti (Lazzaro Danzuso e Mannisi), della Federazione Nazionale della Stampa (Ronsisvalle) e dell’Assostampa (Cicero), la cosa sembra interessante. Sì, perché con un corso, diciamo “agevolato”, si offre la possibilità agli iscritti agli albi di giornalista professionista e pubblicista di accedere a un titolo di studio di livello universitario in funzione della “riqualificazione culturale” della categoria. Già, sembra senza dubbio interessante il progetto! Ma, subito dopo la conferenza stampa, sono insorti in me alcuni dubbi, accompagnati dal rimorso per non aver avuto la presenza di spirito di cogliere l’attimo per proporre tali incertezza alla diretta attenzione degli interessati (maledetto “esprit des escaliers”).

Non posso che commentare questo progetto da un punto di vista “personale”, visto che mi sono recato alla suddetta conferenza stampa non tanto da cronista quanto da diretto interessato. Mi piacerebbe infatti, non lo nego, poter prendere una laurea in Scienze della Comunicazione (gli altri due corsi sono quelli in “Comunicazione e Relazioni pubbliche” e “Scienze per la Comunicazione Internazionale”) facendo una fatica relativa. Mi domando però se anche questo minimale impegno accademico sia utile per poter trovare una buona collocazione all’interno del dedalico ambiente del giornalismo, o se esso non sfocerà semplicemente in un ulteriore, praticamente inutile, accumulo di titoli di studio.

Forse, e dico forse, invece che una semplice e generica offerta sulla “comunicazione”, sarebbe stato meglio organizzare un corso professionale per giornalisti all’interno dell’università, convenzionato sempre con il relativo ordine professionale, col quale dare agli studenti più qualificati e più motivati una conoscenza diretta del “mestiere” alternando teoria e pratica (magari con stage all’interno di qualche testata locale). Mi domando a cosa serva per uno come me, che già possiede una laurea del vecchio ordinamento, prendere una ulteriore laurea triennale, di livello inferiore rispetto alla precedente; soprattutto per chi (sempre come il sottoscritto) probabilmente sarà costretto a vita nel limbo del giornalismo, cioè l’albo pubblicisti. In che maniera una laurea di primo livello potrà aiutarmi a varcare la soglia del dorato mondo del quasi bi-annuale praticantato, sentiero imprescindibile per approdare al “nirvana” del giornalismo, e cioè il professionismo?

Credo che ad un giornalista professionista interessi poco la riqualificazione accademica. E che oggi il vero problema del mestiere di giornalista sia appunto l’esercito di pubblicisti; i quali, a prescindere dal talento o dalle qualità di cui sono dotati, sono spesso costretti alla frustrazione professionale. Forse, e ripeto forse, sarebbe stato meglio se l’università e l’ordine giornalisti avessero concentrato la loro comunque lodevole intraprendenza su una problematica che, allo stato attuale delle
cose, interessa maggiormente quanti tra i giovani nutrono passione ed interesse per l’affascinante e straordinario mestiere di giornalista.

A conti fatti probabilmente mi iscriverò pure a “Laureare l’esperienza” (sempre se l’università e l’ordine dei giornalisti mi vorranno dopo tal parlare), perché comunque è meglio averne di opportunità (anche se non perfette) che non averne. Meglio fare
che non fare, correre che stare immobili, andare incontro piuttosto che aspettare. O almeno speriamo che così sia.


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