La sfida di Mussi: meno indirizzi, più qualità

Tre anni accademici e una serie di profonde modifiche da attuare. Questa è la realtà che le università italiane dovranno affrontare dopo l’approvazione del decreto firmato alla fine del mese scorso dal ministro Fabio Mussi, per riportare “la competizione tra gli atenei dalla quantità alla qualità”, così come si legge nel documento che accompagna la nuova normativa.

L’ostacolo più arduo per gli atenei sarà la riduzione del numero di corsi di laurea, che dopo la riforma del “3+2” sono aumentati rapidamente con la creazione di nuovi indirizzi (alcuni dai nomi fantasiosi, altri uguali tra loro con la sola differenza del nome); il Ministero ha così deciso di normalizzare la situazione, stabilendo la necessità di avere almeno quattro docenti di ruolo per ciascun anno di corso.
Entro il 2010 (il 2012 per gli atenei più piccoli, giovani e privati) si dovranno rivedere gli assetti del 70% delle facoltà italiane. Infatti, secondo un’indagine de “Il Sole 24 ore”, su 100 facoltà 70 hanno nel loro organico carenze tali da dover correre ai ripari. La maglia nera se l’aggiudicano tutti i nove corsi di Sociologia e molti di quelli di Economia, Lettere e Agraria. Tra gli atenei che spiccano per le carenze vi sono quelli di Bolzano, Kore (Enna), L’Aquila, Macerata, Piemonte Orientale, Trieste e Urbino.
Ma oltre ad indagare sulle mancanze, il quotidiano economico ha anche individuato e percentualizzato le eccedenze degli insegnanti. Tra le facoltà che hanno più docenti di quanti ne servirebbero secondo la nuova normativa vi sono quella di Medicina di Camerino, Scienze matematiche, fisiche e naturali di Napoli – Federico II, Giurisprudenza e Medicina a Roma – La Sapienza e Architettura a Venezia.

I miglioramenti che si auspicano con i nuovi indicatori, che oltre ad essere quantitativi saranno anche qualitativi, sono incentivati tramite aiuti economici calcolati attraverso un indice dettagliato che terrà conto dei risultati ottenuti.

Ma oltre alla razionalizzazione del numero di CdL dal prossimo anno accademico si esigeranno maggiore qualità e trasparenza dell’offerta formativa. Ciascuna facoltà dovrà fornire dati riguardanti il tasso occupazionale dei laureati, percentuali d’abbandono delle carriere e informazioni riguardanti i docenti e i loro curricula. Sarà, inoltre, rilevato obbligatoriamente il parere degli studenti e infine saranno stabilite nuove procedure per quanto riguarda i corsi a numero chiuso.

E’ introdotto il concetto di “autonomia responsabile”, ossia un’autonomia che segua alcune linee guida utili ad invertire “la rotta rispetto a quella tendenza allo scadimento dei risultati, in termini di qualità e quantità dell’offerta formativa, che ha in alcune zone caratterizzato l’applicazione della riforma”. Il tutto, però, senza tornare ad un modello di direzione centrale e tenendo in conto i pareri del Consiglio universitario nazionale (Cun), della Conferenza dei rettori (Crui) e dell’Interconferenza dei presidi.

Un maggiore ruolo sarà svolto dai nuclei di valutazione di ciascun ateneo che, oltre ad avere il compito di vigilare sull’attuazione del decreto, avranno anche quello di monitorare il mantenimento di quanto ottenuto. A supervisionare l’andamento nazionale ci penserà, dal 2009, l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur) che ogni anno fornirà un quadro dettagliato della salute di ricerca e didattica.


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