Francesco Virlinzi nelle parole di Kaballà «La sua grande intuizione: Carmen Consoli»

Erano entrambi da Musicland, il negozio di dischi di via Gradisca, ed erano finiti per caso a guardare lo stesso vinile di Tom Waits. Francesco Virlinzi e Pippo Rinaldi, in arte Kaballà, si sono conosciuti all’inizio degli anni Ottanta, poco più che ventenni, e sono rimasti buoni amici per tutta la vita. A distanza, perché Kaballà già aveva lasciato Catania e si era trasferito a Milano, per cercare la sua strada nella musica. «Io e Francesco avevamo questa incredibile passione in comune, ma non potevamo immaginare, all’epoca, che sarebbe diventato il nostro lavoro», racconta Rinaldi. Lui, oggi, è uno dei più apprezzati compositori del panorama italiano, è l’uomo che ha aperto alla canzone in dialetto catanese la strada della fama nazionale. Virlinzi, invece, scomparso prematuramente il 28 novembre 2000, è diventato una leggenda della città: il produttore di Carmen Consoli, l’amico dei Rem e di Bruce Springsteen. «La Sicilia non offriva granché, quando io e lui ci siamo conosciuti – continua l’artista – Io già suonavo ma ero ben lontano dal diventare chi sono oggi, lui cominciava in quegli anni ad andare in giro per il mondo per concerti».

Si vedevano poco ma si scrivevano e telefonavano tanto, capitava che Checco volasse a Milano «e mi strappasse dalla mia vita quotidiana per portarmi ai concerti. Arrivava e mi diceva: “Presto, presto, fai la valigia, non c’è tempo, dobbiamo partire“». E partivano. «Tra Catania e Milano, nel corso delle nostre incursioni musicali, nacquero le nostre ambizioni professionali. Un giorno ci siamo detti: “Ma se ne hanno fatto un lavoro quelli meno bravi di noi, perché non dovremmo riuscirci noi?”». Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, Francesco Virlinzi e Kaballà s’inventano la Cyclope records, l’etichetta indipendente che avrebbe cambiato la storia musicale di Catania. «Seguivamo la musica nel mondo, sapevamo e capivamo quello che succedeva dall’altra parte dell’oceano, avevamo una marcia in più», racconta Pippo Rinaldi. Nel frattempo, la sua carriera di cantautore stava prendendo il largo: nel 1991, sotto contratto con una major, usciva il primo disco firmato Kaballà, Petra lavica. In dialetto, «per rimarcare un senso d’appartenenza con la mia terra, anche se ormai ne ero lontano. Francesco, quando faceva il dj, metteva la mia canzone Finu a dumani in discoteca, era riuscito a farmi diventare una hit da ballare».

Nel frattempo, la Cyclope records aveva trovato il suo primo cavallo sul quale puntare: i Flor de mal, che nel 1995 avrebbero aperto, assieme ai Radiohead, il concerto dei Rem allo stadio Cibali. E poi, una sera, alla Cartiera di via Casa del mutilato, Virlinzi aveva notato quella ragazzina con quella così bella voce, «la sua più grande intuizione: Carmen Consoli». «Aveva uno straordinario orecchio da talent scout, aveva acceso la scena musicale degli anni Novanta a Catania, e la dominava». Nel mondo si iniziava a parlare di quella Seattle italiana in cui accadevano le cose, di quella città che suonava così bene: «E l’amministrazione comunale di quegli anni, retta dal primissimo Enzo Bianco, era veramente illuminata e permetteva che tutto questo accadesse». Era iniziata l’emulazione: i catanesi volevano suonare e sentir suonare, i locali davano spazio perché c’era tanta richiesta, «c’erano dei talenti e l’ambiente era fertile: è stato un decennio straordinario».

«La forza di Francesco era di essere un produttore amico dei suoi artisti, riusciva a tirare fuori il meglio che avevano dentro, ma sapeva anche essere autoritario per difendere le sue intuizioni: era dilettante e super-professionale, un uomo da business che si occupava di marketing, poi si girava ed era un confidente». Soprattutto, «pur venendo dalla provincia, aveva una visione molto globale del fenomeno musicale: ha anticipato il rap prima che scoppiasse il fenomeno del rap». Nel 1992 aveva prodotti i Nuovi briganti, che mischiavano la musica da strada americana con l’r&b, ed erano usciti col singolo Sono siciliano, metà in italiano e metà in dialetto. «Prima di partire per New York, dove poi è morto, è passato da Milano: ci siamo visti, mi ha raccontato i suoi nuovi progetti. Ecco, di Francesco questo certamente si può dire: che non è morto finché non è morto». In quel novembre 2000 Virlinzi aveva quasi finito di lavorare sul disco di Mario Venuti, quello che conteneva Veramente.

Da quattordici anni, in occasione del suo compleanno – domani – Nica Midulla, madre di Francesco Virlinzi, organizza per suo figlio un concerto tributo. Da qualche anno, si tiene in casa sua, chiuso al pubblico e con ingresso solo su invito. Stavolta si esibiranno Erica Mou e Mauro Ermanno Giovanardi; nel 2013, per la prima volta, ha suonato Kaballà: «Prima dell’anno scorso non ero ancora riuscito a elaborare il lutto, volevo ancora credere che Francesco fosse solo partito per un lungo viaggio. Ho accettato di suonare solo quando ho capito che avrei potuto dare un contributo artistico alla serata, lui avrebbe voluto così».

[Foto di Antonio Parrinello]

Luisa Santangelo

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