Ieri non è stata la prima, ma di certo nemmeno l’ultima, giornata da dimenticare all’Ars. A riassumerla, sono le parole pronunciate dal presidente della Commissione regionale antimafia, Antonello Cracolici: «Presidente dell’assemblea, questa legislatura è finita». In un’invettiva che mette a nudo l’implosione politica di una maggioranza logorata, bollata dal deputato come la «legislatura delle mancette […]
Foto da sito dell'Ars
Ars, ancora niente manovra economica ma tutti d’accordo: «La legislatura è finita»
Ieri non è stata la prima, ma di certo nemmeno l’ultima, giornata da dimenticare all’Ars. A riassumerla, sono le parole pronunciate dal presidente della Commissione regionale antimafia, Antonello Cracolici: «Presidente dell’assemblea, questa legislatura è finita». In un’invettiva che mette a nudo l’implosione politica di una maggioranza logorata, bollata dal deputato come la «legislatura delle mancette e del pendolo». Con un riferimento alle numerose inchieste su componenti della maggioranza, manager nominati dal governo e, per ultimo, l’ex consulente regionale e presidente della Cts siciliana Gaetano Armao. A rincarare la dose ci ha poi pensato il capogruppo del Movimento 5 Stelle all’Ars, Antonio De Luca, che ha tracciato un bilancio altrettanto spietato. In un’aula in cui la tensione si taglia col coltello e le sedute parlamentari diventano palcoscenico di scontro, anziché di leggi per l’interesse pubblico. Nello specifico, la manovra correttiva della Regione Siciliana.
Le norme-bandiera e i numeri del flop
Se la dialettica politica infiamma gli animi, sono i numeri della ragioneria a certificare il disastro. È il deputato del Partito democratico Mario Giambona a elencare in aula i risultati di quelle che l’esecutivo di Renato Schifani presentava come pietre miliari dell’azione di governo. Sui 150 milioni stanziati per incentivare le assunzioni, ne solo stati usati solo 15 per le appena 500 domande presentate. Ancor più clamoroso il dato sugli investimenti iniziali delle imprese: a fronte di un budget di 50 milioni, il bilancio dell’iniziativa registra l’inoltro di sole tre istanze per 1 milione complessivo. In sostanza, meno del 2 per cento delle risorse pianificate è stato davvero utilizzato: un fallimento che, per l’opposizione, dimostra la sconnessione tra la propaganda dei palazzi palermitani e il reale tessuto economico e produttivo dell’Isola.
Lo stralcio di massa e l’atto di dolore dalla maggioranza
Di fronte a un testo ingolfato da centinaia di piccole rivendicazioni, il presidente dell’Ars Gaetano Galvagno ha dovuto fare ricorso all’accetta: un drastico stralcio di 52 articoli su 126 complessivi. Un intervento di chirurgia d’urgenza per sgonfiare un maxi-emendamento diventato ingovernabile. ma che ha messo a nudo la debolezza del governo. A questo si aggiunge il dato politico più imbarazzante: l’assordante silenzio dai banchi della maggioranza. L’unico a prendere la parola a difesa dell’impianto è stato il deputato di Forza Italia Salvo Tomarchio, ma la sua arringa si è trasformata in un inaspettato atto di dolore. Oltre a confermare che la legislatura è ormai al termine, Tomarchio ha ammesso che, fino al decisivo taglio subito dal testo, all’interno della coalizione «si navigava a vista». Un’ammissione di impotenza che ha lasciato ammutoliti gli stessi alleati.
La trincea del Fit e il finto alibi delle opposizioni
Nonostante le cesure rigide imposte dal presidente dell’Ars, la calma a Sala d’Ercole è ben lontana dal tornare. Tra i 74 articoli scampati alla mannaia resta, infatti, l’ossatura del conteso Fondo per gli investimenti territoriali (Fit): 50 milioni di euro che l’opposizione continua a definire il serbatoio per le ultime mancette di fine mandato. E che dovrebbero piuttosto, continuano, dare risposte immediate alle emergenze che strangolano la Sicilia: carovita, crisi idrica, l’aumento dei costi energetici e precariato storico. Nel tentativo di arginare la bufera, l’assessore regionale all’Economia Alessandro Dagnino ha provato a fare da scudo umano. Ricordando che ben 40 dei 74 articoli sopravvissuti derivano da emendamenti introdotti o concordati con le stesse opposizioni in Commissione. Ma il gioco delle parti non regge più. E i 52 articoli espulsi sono pronti a tornare in una battaglia ancora più spietata: quella per la legge di stabilità.