Aparo, 38 anni dopo killer mafiosi ancora senza nome La figlia: «Il suo lavoro creava fastidio ai Corleonesi»

Per i mafiosi era «il segugio», quello che andava «sempre cercando latitanti». Un uomo scomodo, che andava fermato. Nel peggiore dei modi. Era l’11 gennaio 1979 quando Filadelfo Aparo, lentinese in servizio a Palermo, venne barbaramente assassinato in Piazzale Tenente Anelli. Si stava dirigendo verso la sua macchina, ma non sapeva che ad attenderlo nei pressi della sua abitazione, in cui viveva con i suoi tre figli e la moglie Maria, a bordo di una Fiat 128 di colore rosso – poi ritrovata avvolta dalle fiamme in borgata Pagliarelli – c’erano i sicari, che esplosero numerosi colpi di lupara e calibro 38. 

«In quel periodo c’era l’ascesa dei corleonesi, il lavoro di papà creava disturbo. Quel giorno io avevo deciso di andare a scuola a piedi, mio fratello Vincenzo, di appena dodici anni, era rimasto a casa e assieme a mia mamma era affacciato al balcone per salutare papà. Invece lo ha visto morire», racconta a MeridioNews la figlia Francesca. Il poliziotto non ebbe il tempo di difendersi con la pistola d’ordinanza, gli spari furono fatali e lo fecero accasciare a terra, ferito a morte, sotto gli occhi increduli di Maria, allora 36enne, e del figlio. Nell’agguato venne colpito alla gamba pure un vicino di casa, col quale la vittima aveva scambiato, poco prima, qualche parola.

Aparo aveva ottenuto una licenza premio per la recente promozione a vice brigadiere della squadra mobile di Palermo, diretta da Boris Giuliano, anche lui condannato ad un crudele destino. «Conosceva benissimo la città, lavorò anche nella squadra anti-rapine e fu coinvolto al cento per cento nell’attività investigativa – continua Francesca –. Ha lavorato a stretto contatto con i dottori Contrada e Giuliano, per loro mio padre era l’esperto del territorio, avevano un rapporto di stima». Una volta arrestò in un cinema del centro un pericoloso ricercato che assisteva alla proiezione. A ricordare l’aneddoto furono i suoi colleghi: «Si sedette accanto a lui e gli disse in un orecchio: “Adesso non far baccano, così non se ne accorge nessuno”. E gli fece scattare le manette che poi coprì con l’impermeabile ed uscì col suo uomo a braccetto».

«In quegli anni quando veniva ucciso un poliziotto o un imprenditore, nessuno pensava che i responsabili potessero appartenere a clan mafiosi o qualcosa del genere – spiega la donna –. La gente pensava che si trattasse di una questione di fimmini. Ma la polizia sapeva chi fosse mio padre e quali attività svolgesse». Difatti, le indagini si concentrarono principalmente sulla strada della «vendetta della malavita». A distanza di 38 anni da quella tragica giornata, però, non si conosce ancora il mandante. Nel febbraio 1979, venne arrestato Giuseppe Ferrante, poi condannato all’ergastolo. Pare fosse stato avvistato nella zona dell’omicidio pochi giorni prima e il giorno stesso dell’attentato, fu definito «il palo». Ma dei sicari non si conosce il nome.

Nella sua vita privata, Filadelfo era un uomo semplice, un padre presente. «Ogni mattina ci accompagnava a scuola, nel tempo libero ci portava al cinema e a fare lunghe passeggiate – ricorda la figlia Francesca –. Alcune volte, pronti per uscire, capitava che il dovere lo chiamava e restavamo a casa. La gente lo rispettava perché era sempre a fianco dei più bisognosi. La mamma racconta di una volta in cui sventò una tentata rapina ai danni di una signora: mentre ci stavamo dirigendo a casa di amici, imbottigliati nel traffico, si accorse che un ladro stava tentando di rubare la borsa ad una malcapitata, lui aprì lo sportello dell’auto con violenza e strattonò il malvivente facendolo desistere da quella azione. Poi salì in macchina e la serata proseguì», aggiunge.

Oggi, Filaldefo Aparo riposa nel cimitero di Lentini, accanto a Carmelo Di Giorgio, anche lui vittima di mafia, ucciso a Rizziconi sei giorni prima. Al vice brigadiere il Comune di Lentini ha intitolato una piazza, mentre l’attore e regista Pif ha messo in scena la sua storia nel film La mafia uccide solo d’estate, che da poco è diventato anche una serie televisiva, raccontata anche all’interno dell’app NOma, il progetto dell’associazione culturale Sulle nostre gambe.


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