Almaviva: dipendente positiva al Covid, monta la rabbia «Noi siamo ancora lì, tra straordinari e promesse di bonus»

Positiva. Questo l’esito del tampone effettuato sulla dipendente di Almaviva. La donna, impiegata presso la sede di via Cordova, avrebbe tenuto un’aula formazione il 2 marzo, mentre tre giorni dopo avrebbe accusato i primi sintomi sospetti riconducibili al Covid-19. Dopo la decisione di non recarsi più a lavoro, il ricovero in ospedale al Cervello e il test del tampone. Ma la notizia, tra alcuni colleghi, sembra circolasse già da giorni. Tanto che qualcuno specifica che il ricovero sarebbe avvenuto già il 9 marzo e che l’esito del tampone si conoscesse già da tempo. Mentre solo in serata le sigle sindacali hanno dato la conferma ai dipendenti: «Ieri è stata ricoverata presso la struttura sanitaria al reparto Malattie infettive ed è stata sottoposta al tampone il cui esito è arrivato oggi. Il risultato del tampone è stato confermato positivo». Un motivo in più che ha infiammato le proteste dei dipendenti, che a lungo hanno chiesto l’attivazione dello smart working. Un altro aspetto, questo, rimasto nebuloso. 

Perché da un lato c’è l’azienda che, dopo il pressing di dipendenti e opinione pubblica, venerdì 13 marzo annunciava con una nota ufficiale la decisione di «sospendere entro le prossime 72 ore tutte le attività dei lavoratori nei propri call center sul territorio nazionale, oltre 5mila, che non possono essere gestite attraverso lo smart working, remotizzando l’operatività presso il domicilio dei lavoratori». Solo che di remoto qui non s’è visto niente, fino ad ora, se non la possibilità di lavorare appunto da casa, visto che le famose 72 ore sono già passate da un pezzo e non sembra essere cambiato nulla. Ed è la stessa azienda poi che, nell’annunciare la sanificazione straordinaria di ieri sera, rassicurava i dipendenti sulla sicurezza della sede: «Gli ambienti saranno fruibili per lo svolgimento dell’attività lavorativa alle ore 7,00 del 16 marzo. I servizi operativi in orario notturno non subiranno variazioni». Sanificare per farli tornare a lavoro già la mattina successiva, insomma. Come se non fosse successo niente.

I dipendenti hanno valutato, dal canto loro, un’assenza di massa. Puntano il dito contro l’azienda e sollevano dubbi e perplessità sulla gestione dell’intera situazione. «Musumeci blocca i voli da e per la Sicilia. Chiede l’aiuto dell’esercito. Il colosso Almaviva invece è ancora aperto. Vi ricordo che siamo in 3000 a lavorare lì dentro e abbiamo tutti parenti e amici che a loro volta hanno parenti e amici. Da qualche giorno girano fake news “Almaviva ha chiuso, Almaviva ha attivato lo smart working”. Cazzate, siamo ancora tutti lì, ci viene persino chiesto straordinario e promesso bonus in denaro a chi andrà a lavorare – denuncia una dipendente -. Oggi il primo caso, che ci aspettavamo. Purtroppo è arrivato e anche se giornali e l’azienda continuano a chiamarlo “caso presunto” il test del tampone ha dato esito positivo, quindi chiamarlo presunto ed invitare i consulenti a recarsi in ufficio come se nulla fosse è un reato». 

Intanto, questa mattina è in corso una riunione tra le sigle sindacali e l’azienda. «Pensavo che aspettassero il primo caso per farci stare a casa e invece no, neanche questo, si va lo stesso a lavoro», è il commento amareggiato di una collega della donna ricoverata al Cervello. «Forse nemmeno se ci scappa il morto», la replica anche più dura di un’altra. È il panico. «Si gioca con le vite», denuncia un altro dipendente. Mentre un collega suggerisce a tutti gli AlmaWorkers di restare a casa e di non andare più in ufficio, «non licenziano nessuno, sono congelati i licenziamenti».

«Calciatori miliardari a casa per rischio contagio. Operatori in cuffia a lavoro. Secondo voi la vita di chi è più importante per lo Stato? – si domanda un altro dipendente -. Diamo valore alla nostra vita e alla vita dei vostri cari. Il diritto alla salute è un diritto costituzionale, non lo dimentichiamo». In molti, infatti, nei giorni scorsi hanno provato a tutelarsi da sé scegliendo di non andare più a lavoro. «Io scelgo di rimanere a casa, la mia vita è più importante, tanto per quel misero stipendio… Ma almeno avere un po’ di buon senso, non siamo bestie e neanche lavoratori di serie b. Anche noi, anzi, noi contribuiamo a tenere in piedi l’azienda». Mentre un altro non va per il sottile, sottolineando: «100 euro per chi in questi giorni ha continuato a lavorare. Lo Stato ci paga perché ci mettiamo a rischio di contagio. Ma scusate #iorestoacasa non valeva per tutti!? Qua invece sembra che qualcuno è sacrificabile. E a un modico prezzo per le tasche dello Stato».

Silvia Buffa

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