Gela: l’emergenza dell’emergenza, condizioni disumane per gli operatori della postazione 118

Da fuori, sembra un accesso di servizio a un cantiere interrotto. Un corridoio in discesa, angusto e polveroso, conduce a due stanze seminterrate. Le finestre, piccole e incastrate a livello del marciapiede, si aprono su una visione desolante: calcinacci, rifiuti, detriti. È da qui che parte una delle due ambulanze del 118 di Gela, dalla cosiddetta postazione Charlie, incastrata da mesi — troppo tempo ormai — nei vecchi locali del Pronto soccorso Covid dell’ospedale Vittorio Emanuele. Nata come soluzione temporanea, è diventata una trappola di disagio e silenziosa sofferenza per gli operatori sanitari, i cui turni si alternano tra calore insopportabile, scarichi fognari malfunzionanti e un’invasione costante di insetti e roditori. Zanzare che si moltiplicano nelle pozzanghere, blatte che strisciano dai tombini, topi che fanno capolino dalle finestre a livello marciapiede.

«Siamo esausti, stremati – racconta un infermiere alla fine del turno, la voce spenta – non ce la facciamo più. Non siamo qui per polemizzare, sappiamo che Comune e Asp stanno cercando una soluzione. Ma intanto, noi lavoriamo così. Con il sudore addosso e la puzza di fogna nelle narici. E con la consapevolezza che ogni giorno perso qui dentro, è un colpo alla nostra salute. E a quella dei cittadini che soccorriamo». Il quadro è desolante: niente condizionatori, tubi che cedono, liquami che si riversano sul pavimento. Non è solo una questione di igiene. È una condizione che compromette la lucidità, la prontezza e, in definitiva, la sicurezza di chi dovrebbe essere sempre in prima linea. Perché da qui si parte per salvare vite. Ma si parte già logorati. La situazione è nota. L’Asp ha raccolto segnalazioni e sopralluoghi. Il Comune, a sua volta, ha fatto la sua parte.

Una nuova sede è già pronta: un immobile confiscato alla mafia, situato a Fondo Iozza, ristrutturato e perfettamente idoneo dal punto di vista sanitario e logistico. Una struttura moderna, spaziosa, lontana dal traffico congestionato del quartiere Caposoprano. Un simbolo di riscatto e legalità che, almeno sulla carta, dovrebbe rappresentare un punto di svolta. Ma la realtà è ben diversa. Quei locali sono ancora chiusi. Manca l’essenziale: luce, gas, acqua. Mancano le firme, i collaudi, gli allacci. Mancano, soprattutto, decisioni rapide e assunzione di responsabilità. La macchina pubblica si è inceppata davanti agli ultimi, decisivi metri.

Una fonte interna ricostruisce l’origine del cortocircuito: «Il guaio è nato mesi fa, quando la vecchia e funzionale postazione del 118 — all’ex Mattatoio comunale — è stata sfrattata per fare spazio al servizio Veterinario. Era una sede dignitosa, ben collegata. È stato un errore strategico». Oggi quell’errore ricade su chi attende i soccorsi. Perché la nuova sede provvisoria, incastonata nel caos urbano, nelle ore di punta si trasforma in una trappola di traffico e clacson. Le ambulanze restano imbottigliate. I minuti raddoppiano. E in emergenza, si sa, anche un solo minuto può fare la differenza tra la vita e la morte. Si parla tanto di valorizzazione dei beni confiscati alla mafia. Di riutilizzarli per il bene pubblico, per creare opportunità, servizi, riscatto. A Gela uno di questi beni è pronto. Ma resta inutilizzato. Eppure basterebbe poco: completare gli allacci, aprire i cancelli, restituire dignità a chi lavora e sicurezza a chi viene soccorso. Nel frattempo, chi presta soccorso, vive in emergenza. Un paradosso tutto siciliano.


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