Un risarcimento che non restituisce piena giustizia alla paziente di Villa Serena, clinica convenzionata di Palermo, in cui si è verificato un caso di presunta malasanità. La vittima è una 66enne di Bagheria che si è vista riconoscere un risarcimento dal tribunale di Palermo. Eppure a lei ne arriverà solo una parte, a causa del […]
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Palermo, Villa Serena tra un intervento sbagliato e i debiti: alla paziente solo parte del risarcimento
Un risarcimento che non restituisce piena giustizia alla paziente di Villa Serena, clinica convenzionata di Palermo, in cui si è verificato un caso di presunta malasanità. La vittima è una 66enne di Bagheria che si è vista riconoscere un risarcimento dal tribunale di Palermo. Eppure a lei ne arriverà solo una parte, a causa del concordato preventivo a cui la clinica ha fatto accesso per una precedente situazione debitoria.
L’intervento sbagliato e le conseguenze
La 66enne bagherese si è rivolta alla clinica Villa Serena per effettuare degli interventi correttivi per l’alluce valgo e tre dita a martello. Con conseguente osteotomia di accorciamento dei rispettivi metatarsi. Il chirurgo ha deciso di eseguire gli interventi in un’unica seduta, il 6 luglio 2010. Da subito, però, la donna ha manifestato problemi e dolori al piede destro, che non le hanno consentito di ristabilirsi. «Avrebbe dovuto operarsi di nuovo, ma non l’ha fatto perché era traumatizzata dall’intervento malriuscito», racconta a MeridioNews la figlia, autrice della denuncia contro la clinica. «Da allora cammina con sofferenza e prova dolori continui – spiega -. Non porta più scarpe aperte o col tacco, perché il piede è più deformato di prima. Ho fatto causa alla clinica nel 2016, quando mia madre ha fatto dei nuovi accertamenti che certificavano l’errore medico».
La causa civile e il risarcimento
A seguire la vicenda giudiziaria è l’avvocato civilista Raimondo Cammalleri. Quando la famiglia ha appreso di poter agire, infatti, erano già scaduti i termini per una causa penale, ma non quelli per ottenere il risarcimento in sede civile. «Nel penale, inoltre, solo il 2 per cento circa di medici denunciati viene poi condannato», precisa l’avvocato Cammalleri. Dopo circa sei anni di processo, a luglio 2026 il tribunale di Palermo riconosce la responsabilità medica della casa di cura Villa Serena: condannandola a corrispondere alla donna oltre 24mila euro, più interessi e spese legali. «Non un risarcimento cospicuo per una causa durata molto tempo – spiega Cammalleri -. Dal 2017, con la legge Gelli-Bianco, questi processi dovrebbero essere più rapidi e, invece, si sono allungati. Perché è previsto un accertamento tecnico preventivo del danno e poi un tentativo di conciliazione. Che, nel 99 per cento dei casi, non va a buon fine».
La situazione debitoria di Villa Serena
Accertamento tecnico preventivo compiuto nel 2021, con i consulenti del tribunale che hanno rilevato come «l’intervento non aveva determinato la correzione attesa né un miglioramento delle condizioni precedenti – si legge -. Il persistente valgismo dell’alluce aveva, inoltre, compromesso l’esito della correzione delle dita a martello, con conseguenze funzionali ed estetiche». Nel frattempo, però, Villa Serena accede al concordato preventivo a causa della propria situazione debitoria. «Ora la clinica ha riaperto e sta lavorando, presumibilmente con una nuova ragione sociale. Ma i debiti pregressi risultano congelati» chiarisce l’avvocato.
Il risarcimento mutilato
A questo punto, nei rapporti interni tra la struttura e il medico, il giudice ha ripartito la responsabilità nella misura del 50 per cento ciascuno. Il chirurgo, pertanto, è stato condannato a corrispondere poco più di 12mila euro, oltre agli interessi. Ma dovrà versarli alla clinica, che si è rivalsa sul professionista e si dovrà occupare di girarli alla paziente. La stessa struttura che, però, accedendo al concordato, ha ottenuto una sorta di sconto sulla sua parte di debito. «Bisogna fare istanza per recuperare la somma che pagherà Villa Serena – sottolinea Cammalleri -. Ma si tratta di circa il 9 per cento della metà restante, da corrispondere entro il 2033. È una vera ingiustizia – conclude il legale -. Oltre il danno, la paziente subisce anche la beffa di non ricevere l’intero risarcimento stabilito dal tribunale».