«I conti delle nostre campagne non tornano». Sono calcoli abbastanza elementari quelli che preoccupano i produttori di uva da tavola dell’Agrigentino: «Un chilo costa tra i 70 e gli 80 centesimi a produrlo e sul mercato se ne ricavano soltanto 60». Dopo il caso del pomodoro ciliegino, venduto al rialzo (fino superare i 10 euro […]
Foto di Confagricoltura Sicilia
L’uva da tavola siciliana pagata 60 centesimi al chilo: «Ci resta solo puntare sull’export»
«I conti delle nostre campagne non tornano». Sono calcoli abbastanza elementari quelli che preoccupano i produttori di uva da tavola dell’Agrigentino: «Un chilo costa tra i 70 e gli 80 centesimi a produrlo e sul mercato se ne ricavano soltanto 60». Dopo il caso del pomodoro ciliegino, venduto al rialzo (fino superare i 10 euro al chilo) con forme di speculazione, si registra invece il trend opposto per l’uva da tavola. «Quando succede questo – commenta Rosario Marchese Ragona, il presidente di Confagricoltura Sicilia e Agrigento – hanno perso gli agricoltori di uva da tavola ma ha perso soprattutto l’economia del nostro territorio».
La crisi dell’uva da tavola siciliana
Ripercussioni che, dalle analisi dei dati fatte da Confagricoltura, si allargano a tutta la filiera siciliana. «Quest’anno – sottolinea Marchese Ragona – non c’è nulla da festeggiare». Sull’annata difficile per l’uva da tavola agrigentina hanno pesato il caldo atipico dovuto al cambiamento climatico, il processo di desertificazione che avanza, i costi in aumento e anche i dieci giorni di sciopero degli autotrasportatori. «Solo il blocco dei tir – afferma il presidente di Confagricoltura – è costato al settore almeno cento milioni di euro. Un aspetto – continua – che ha acuito il momento di profonda crisi che stanno già vivendo i nostri agricoltori. Ma è proprio nei momenti di crisi che bisogna farsi sentire. Ed è questo il momento giusto – rilancia Marchese Ragona indicando la strada dell’export – per promuovere le nostre eccellenze legandole sempre di più alla valorizzazione del nostro territorio».
Obiettivo export
Un territorio che, come ricorda il sindaco di Naro Milco Dalacchi, «ha una storia importante. Che lega la propria identità all’agricoltura, agli “sterminati campi” di Tomasi di Lampedusa e alle campagne narrate da Luigi Pirandello e da Leonardo Sciascia». Eppure, quest’anno, il Consorzio di tutela dell’uva da tavola di Canicattì Igp quest’anno non è riuscito a portare il prodotto per le degustazioni a Bari. «Siamo arrivati a Madrid (in Spagna, ndr) – dice il presidente del Consorzio Marsello Lo Sardo – e la nostra uva da tavola ha raccolto molti complimenti per la croccantezza e per il profumo di moscato». Il primo mercato, però, resta comunque la Francia che compra circa il 70 per cento della produzione. «Entriamo a gamba tesa nei mercati internazionali con il nostro prodotto – fa notare il presidente di Confagricoltura -, ma per competere davvero servono però regole uguali per tutti».
La questione fitofarmaci
A partire da quelle che riguardano i fitofarmaci. «Negli ultimi quarant’anni – spiega Salvatore Walter Davino, docente di Scienze agrarie, alimentari e forestali all’Università di Palermo – i fitofarmaci autorizzati sono scesi da circa 2500 a 380. È una scelta giusta per l’ambiente, ma mette i produttori in competizione con Paesi dove le stesse sostanze sono ancora permesse». Insomma, per certi versi, anche il rigore italiano rischia di diventare uno svantaggio. «L’Italia, infatti, censisce circa 780 patogeni, molti più di altri concorrenti». E questa trasparenza pesa sull’export. Intanto, per il mese di novembre è atteso un bando della Regione per i vigneti siciliani. «Coprirà circa l’80 per cento – anticipa Marchese Ragona – della spesa per droni, irrigazione innovativa e macchine di nuova generazione. Un modo per provare a dare risposte concrete ai nostri imprenditori che – conclude – ci credono e continuano a investire».