Salvini contro la cannabis, i negozianti restano sereni «Direttiva non cambia nulla: vendiamo prodotto legale»

Nei giorni in cui a Denver (capitale del Colorado, negli Stati Uniti) con un referendum si decide di depenalizzare i funghetti allucinogeni, in Italia comincia «una guerra via per via, negozio per negozio, quartiere per quartiere, città per città». È quella del ministro dell’Interno Matteo Salvini per la chiusura dei cannabis shop nell’ambito di quella che ha definito una «lotta a tutte le droghe». Nella attività commerciali in questione, in realtà, viene venduta la cannabis light come previsto da una legge del 2016 che ammette il commercio di prodotti a base di canapa, anche con infiorescenze, purché il loro contenuto di Thc (la sostanza che dà effetti psicotropi) sia inferiore allo 0,6 per cento. Una decina di questi negozi si trova anche nel capoluogo etneo.

«Quello che noi vendiamo è un prodotto assolutamente legale – spiega a MeridioNews Roberto Bonaccorso, il titolare di 420 Catania, lo shop in via Fava – Quella del ministro Salvini è una mossa che rischia di favorire, invece, l’illegalità». Il leader leghista ha annunciato controlli a tappeto «contro tutte le droghe, perché non ce ne sono di più o meno leggere o che fanno più o meno male», ha affermato Salvini. La direttiva emanata dal ministero dell’Interno, intanto, prevede di effettuare uno screening sui territori (da valutare attraverso i comitati provinciali della sicurezza) dei negozi destinata alla vendita di canapa con particolare attenzione alla «localizzazione degli esercizi, con riferimento alla presenza nelle vicinanze di luoghi sensibili quanto al rischio di consumo delle sostanze, come le scuole, gli ospedali, i centri sportivi, i parchi giochi, e, più in generale, i luoghi affollati e di maggiore aggregazione, soprattutto giovanile». Insomma, per le nuove aperture si potrebbe dovere tenere conto di distanze minime di sicurezza da luoghi considerati a maggiore rischio. «Almeno cinquecento metri – ha spiegato Salvini – con un provvedimento comunale sul modello di quello che ha già interessato le sale da gioco».

Nei giorni scorsi, nelle Marche, sono già stati messi i sigilli a due punti vendita in cui, però, è stata trovata canapa con Thc superiore (che rende quindi la sostanza uno stupefacente) alla percentuale consentita dalla legge. Il vicepremier leghista ha parlato di «modello Macerata, che può essere replicato con successo in tutta Italia scongiurando il rischio di uno Stato spacciatore». La decisione del questore di Macerata potrebbe essere solo il primo di una serie di provvedimenti che, adesso, saranno ora supportati dalla nuova direttiva del Viminale. «Noi non siamo preoccupati – aggiunge Bonaccorso – Abbiamo una clientela vasta che spazia dai ventenni agli ottantenni. Proprio oggi è venuto ad acquistare un signore di 82 anni. I benefici della canapa light – conclude il titolare del cannabis shop etneo che è anche il proprietario di un sexy shop – sono svariati, c’è chi si rilassa e chi ne trae giovamento nell’ambito sessuale».

Prima della vendita, però, c’è la coltivazione. A Linguaglossa, sui terreni che si trovano nel versante nord della montagna, lo scorso anno quattro soci hanno avviato la coltura della Canapa dell’Etna in un’impresa agricola che, fino a quel momento, tutta centrata sulla produzione e la vendita di funghi. Anche loro vendono il prodotto legalmente ai diversi negozi che sono nati in provincia. «Non c’è nulla di criminale ma solo tante potenzialità di un prodotto che non può essere definito sostanza stupefacente – dice a MeridioNews Michele D’Agostino che, insieme al fratello e ad altri due soci di Piedimonte Etneo, ha dato vita al progetto agricolo – Anche con la nuova direttiva non è cambiato nulla: si può continuare a coltivare a vendere perché, per fortuna, una circolare non può modifica una legge. Quello del ministro Salvini – aggiunge D’Agostino – è solo un tentativo di distogliere l’opinione pubblica dai veri temi politici, la stessa tecnica che utilizza con l’argomento dei migranti. Piuttosto – conclude – dovremmo prendere esempio da Paesi come il Canada e la California dove dopo la legalizzazione anche della canapa per uso ricreativo (con Thc superiore allo 0,6 per cento, ndr) il mercato nero è quasi del tutto scomparso». 

Marta Silvestre

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