Palermo, sgombero dell’ex Salvemini: famiglie rimaste senza alternative

«I problemi sociali non si risolvono mai: invecchiano, passano di moda e si ripresentano con un altro vestito». Profetiche appaiono oggi le parole del filosofo colombiano Nicolás Gómez Dávila, guardando al problema dell’emergenza abitativa esploso in tutta Europa, con ripercussioni importanti anche nel nostro Paese. Ancor più grave appare la situazione a Palermo, teatro del saccheggio urbanistico operato dalla mafia tra gli anni Cinquanta e Settanta, perché determinate dinamiche pesano ancora sui palermitani.

La cementificazione a cui la città ha assistito impotente durante il Sacco di Palermo ha portato alla costruzione di grandi casermoni nelle zone periferiche. È così che sono nati quartieri come lo Zen, lo Sperone e Borgo Nuovo. Spesso, però, gli appartamenti non venivano assegnati a chi ne aveva realmente bisogno. Quanto piuttosto a giovani vicini alla mafia o a persone da tenere vicine. La popolazione indigente, senza la possibilità di ottenere un alloggio popolare, ha cominciato a occupare gli edifici abbandonati. Questa modalità illegale di azione ha trovato la sua massima espressione violenta nell’occupazione di case già abitate.

Le occupazioni abusive

Nel tempo la città è cambiata e si è rinnovata. La situazione di benessere generale non è più quella del dopoguerra né quella della bolla speculativa edilizia in salsa palermitana. In realtà, però, il problema è rimasto. A determinare tutto ciò hanno contribuito anche l’inerzia sul tema dell’amministrazione Orlando e la mancanza di visione da parte della politica regionale sulla costruzione di alloggi popolari. Di fatto, esistono ancora interi edifici occupati abusivamente che, nel tempo, sono diventati luoghi di gestione da parte della mafia. È il caso, ad esempio, del Palazzo di ferro di via Brigata Aosta. In cui diversi appartamenti sono stati venduti dagli assegnatari a nuovi inquilini o a soggetti terzi. Che poi li hanno rivenduti ad altri per somme variabili tra i 3000 e gli 8000 euro, richieste per la consegna delle chiavi.

«È nostro interesse interrompere la catena di violenza e di sfruttamento nei confronti di famiglie che, essendo in emergenza, devono pagare qualcuno per poter vivere», ha recentemente dichiarato ai microfoni di MeridioNews l’assessore comunale all’Emergenza abitativa Fabrizio Ferrandelli. Che ha inoltre fatto riferimento ai canoni d’affitto imposti abusivamente agli occupanti per mantenere attivi gli allacci di luce e acqua a spese della collettività. Una situazione che ha coinvolto pienamente anche l’ex scuola Salvemini, occupata nel 2014 perché era già in stato di abbandono da qualche anno. Intanto, l’edificio occupato è stato spesso teatro di illegalità e reati di diverso tipo, in primis lo spaccio di stupefacenti. Purtroppo, al suo interno si sono consumati anche crimini ben più gravi.

Gli sgomberi di massa

Alle situazioni di disagio già citate, negli ultimi anni si sono aggiunti anche problemi di tipo strutturale che hanno reso l’ex scuola Salvemini pericolosa anche per gli occupanti. Di concerto con le politiche nazionali sulle occupazioni abusive, è stato dunque necessario accelerare le operazioni di sgombero. Così le istituzioni sono entrate all’interno dell’ex Salvemini per riprenderne possesso e censire gli occupanti. Inizialmente sono stati contati 40 nuclei familiari di occupanti abusivi. Molti di questi sarebbero soggetti legati alla mafia o vicini ad ambienti malavitosi, che restano lì per portare avanti il traffico di droga o per controllare il territorio. Poi ci sono coloro che, per svariate motivazioni, anche familiari, si sono ritrovati nell’edificio occupato, ma che, con uno sforzo, potrebbero trovare altre soluzioni.

Questi soggetti, per lo più, vanno via spontaneamente, come è successo anche al Salvemini. Quando è stato effettuato lo sgombero, erano rimaste solo sette famiglie svantaggiate o con la presenza di soggetti fragili. In questo caso, le istituzioni dovrebbero prendere in carico queste famiglie e garantire loro un alloggio popolare, se figurano nella graduatoria dell’emergenza abitativa. Oppure si dovrebbe aiutarle e supportarle nella ricerca di un’altra sistemazione. È proprio grazie alle segnalazioni che arrivano dai Servizi sociali che l’emergenza abitativa può consentire lo scorrimento della graduatoria per i soggetti in estrema difficoltà. Spesso, però, l’assessorato alle Politiche sociali ha proposto soluzioni abitative alternative, oggi finite nell’occhio del ciclone.

Le parole dell’assessora Mimma Calabrò

«In merito alla questione sollevata, relativa alle operazioni di sgombero dell’ex Salvemini di viale Michelangelo, è opportuno ricostruire il percorso intrapreso e gli interventi concretamente attivati per garantire assistenza alle persone e ai nuclei familiari coinvolti», scrive a MeridioNews l’assessora comunale alle Politiche sociali, Mimma Calabrò. «Il Servizio sociale, attraverso il Prins, è stato presente durante le operazioni sin dalle prime fasi, con un furgone adibito a ufficio mobile, attrezzato con tavolo e sedie, per accogliere le persone, ascoltarne le esigenze e valutare le possibili soluzioni assistenziali».

Il post-sgombero

L’assessora ha evidenziato che, già nei mesi scorsi, erano state avviate le attività di monitoraggio e i colloqui individuali con le persone e i nuclei familiari interessati. Anche sulla base delle segnalazioni della questura. Gli incontri con il Servizio sociale professionale erano finalizzati a verificare le necessità di ciascuno e a predisporre interventi adeguati alle diverse situazioni. «Attraverso il Prins – aggiunge Calabrò – sono stati predisposti gli inserimenti nelle strutture di accoglienza. Attivando gli strumenti disponibili per fornire risposte immediate alle persone coinvolte».

Secondo Calabrò, dunque, grazie a questo lavoro sarebbe stato possibile organizzare la maggior parte degli inserimenti nelle strutture di accoglienza. Individuando soluzioni diverse in considerazione delle specifiche fragilità e valutando la presenza di minori e di persone con disabilità. «A tutte le persone segnalate è stata prospettata una soluzione. Due persone, tuttavia, non hanno accettato l’inserimento in dormitorio e non si sono presentate nella struttura loro assegnata. Altri nuclei hanno invece scelto autonomamente di recarsi in un sito diverso da quelli individuati attraverso il percorso di assistenza. È importante precisare – continua – che ogni intervento è stato valutato sulla base delle specifiche esigenze rilevate. Con l’obiettivo di individuare risposte concrete e compatibili con le risorse e le soluzioni disponibili».

Le polemiche suscitate

Eppure, quello che viene raccontato dall’assessora come un servizio efficiente, ha sollevato parecchie perplessità tra i presenti. «C’era il camioncino del pronto intervento del Comune, allertato dalla Caritas, ma hanno avuto un atteggiamento autoritario. Pertanto, le famiglie sono state costrette a scegliere la soluzione prospettata. Perché l’alternativa sarebbe stata la strada», precisa a MeridioNews Tony Pellicane, dell’associazione Asida 12 luglio. «Peraltro, tutta la vicenda Salvemini si protrae da mesi e ho sempre chiesto a Calabrò e Ferrandelli di fare un incontro congiunto per capire, insieme a entrambe le parti, come gestire la questione dello sgombero, proprio per evitare di arrivare alle scene pietose a cui abbiamo assistito. Ma l’assessora Calabrò non le ha viste perché non era presente allo sgombero e non ha mai risposto alle mail».

Lo sgombero è durato 12 ore e, alla fine, tre famiglie hanno optato per soluzioni autonome, perché altrimenti madri e figli minorenni sarebbero dovuti andare nelle case famiglia. «Delle quattro famiglie prese in carico, tre sono in B&b a carico del Comune per un mese. A una coppia è stato proposto il dormitorio pubblico per 15 giorni, dove si può andare soltanto a dormire. Quindi hanno rifiutato», racconta ancora Pellicane. «Saranno tutti accompagnati verso altre soluzioni per l’autonomia abitativa», conclude Calabrò.


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