L’Italia? Non è un Paese per donne

E’ QUESTO IL DATO CHE VIENE FUORI DALLA CLASSIFICA MONDIALE COMPILATA DAL WORLD ECONOMIC FORUM: NELLA PARITA’ DI GENERE OCCUPIAMO LA SESSANTANOVESIMA POSIZIONE SU 142 PAESI ANALIZZATI

Sono decenni che in Italia si discute della parità tra i sessi e sono decenni che nel Bel Paese si registra una chiara e netta disparità tra uomini e donne. Non solo, ma pare proprio che, in barba a tutte le iniziative, alle misure e ai soldi spesi, la situazione stia addirittura peggiorando.

A dirlo è la classifica mondiale sulla parità di genere compilata dal World Economic Forum (Wef).

Dei 142 Paesi analizzati, l’Italia occupa la 69esima posizione. Ma la cosa più grave è che, sotto alcuni aspetti, il nostro Paese pare essere proprio in fondo alla classifica. Rispetto al 2013, ad esempio, la posizione dell’Italia per quanto riguarda la partecipazione delle donne al settore economico è 114esima (ben peggiore che nel 2013 quando occupava la 97esima posizione). E lo stesso può dirsi per la parità degli stipendi: in questo caso l’Italia è addirittura al 129esimo posto.

Negli ultimi anni si è parlato molto di “quote rosa” e di donne in Parlamento. E, in effetti, il numero di rappresentanti di sesso femminile nella politica è cresciuto. Ciò che sorprende è che la presenza di tante donne in Parlamento non ha avuto alcun effetto nella vita comune: anzi la situazione, che nel 2008 vedeva l’Italia al 67esimo posto, è peggiorata.

In questo periodo, l’Italia è scesa in classifica anche sotto il profilo della parità nell’istruzione: nel 2006 l’Italia era 27esima, oggi occupa la 62esima posizione.

Anche in termini di salute e di durata della vita, il ranking dell’Italia non pare essere promettente: occupa infatti il 70esimo posto.

Inutile il confronto con gli altri Paesi dell’Unione Europea. Qui il divario appare in tutta la sua gravità. A fronte di posizioni di spicco (la Svezia è al 4° posto, la Finlandia al 2°, il Belgio al decimo, la Germania al 12esimo, la Francia al 16esimo, l’Irlanda all’ottavo e così via) occupate da quasi tutti i Paesi europei, il 69esimo posto dell’Italia è la prova evidente, se mai ce ne fosse bisogno, che le politiche adottate sono state tutte inutili, oltre che dispendiose.

Anche Paesi apparentemente più arretrati sotto il profilo della parità di genere, occupano posizioni ben migliori dell’Italia: la Slovenia, ad esempio, è 23esima, preceduta dalla Bulgaria e seguita a stretto giro dall’Austria e dalla Bielorussia.

Per trovare Stati europei vicini all’Italia in questa classifica bisogna guardare alla Romania o all’Ungheria.

E la situazione peggiora estendendo il confronto al di fuori dell’Europa. Qui Paesi come Kenia (37esimo), Tanzania (47esima), Malawi (27esima), Ecuador (21esimo) e Rwuanda (settima), occupano posizioni ben al di sopra di quella dell’Italia. E senza alcun bisogno di fare ricorso a “quote rosa” o a leggi ad hoc.

Dati sconvolgenti, quelli contenuti nel rapporto e confermati in un incontro organizzato a Roma presso la Casa internazionale delle Donne. Nel settore dell’occupazione, per esempio, le donne disoccupate sono oltre il 53%, contro il 36% degli uomini.

Dati sconfortanti anche per quel che riguarda l’accesso al credito dell’imprenditoria femminile. Finiti i tempi in cui i governi pensavano a misure per sviluppare l’imprenditoria femminile (con la legge 215/92), oggi le donne imprenditrici hanno maggiori difficoltà ad accedere ai finanziamenti: “Uno degli ostacoli principali alla concessione di un finanziamento è proprio la richiesta, da parte degli istituti di credito, del coinvolgimento del coniuge per dare garanzie”, dice Simona Lanzoni, vicepresidente della Fondazione Pangea Onlus.

“E’ necessario – ha detto Martine Reicherts, commissaria UE alla giustizia, diritti e cittadinanza – ancorare l’uguaglianza di genere all’interno della Strategia europea 2020, che sarà rivista nel 2015. E’ una semplice questione matematica: per raggiungere l’obiettivo del 75% di occupazione, abbiamo bisogno di un numero maggiore di donne nel mercato del lavoro. Ma non è solo una questione di quantità, riguarda anche la qualità del lavoro, che deve permettere alle donne e agli uomini di essere economicamente indipendenti nel corso della loro vita”.

Parole che molti hanno voluto leggere come un giudizio positivo, ma che, dopo aver analizzato i dati degli ultimi studi sulla parità tra uomini e donne, possono sembrare più un monito che una lode.

Secondo il Wef, ci vorranno 81 anni per chiudere il divario tra uomini e donne. E quindi essere in ritardo potrebbe essere una buona scusa per l’Unione Europea per commissariare, anche sotto questo aspetto, il Bel Paese.

 

 


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