Il Sud, le città e il reddito di cittadinanza

Le città meridionali, quelle delle tre Sicilie (Calabria, Sicilia, Campania), portano sul loro tessuto urbanistico le piaghe purulente dell’influenza di una classe politica, rapace e devastante, che a partire dagli anni ‘6o del secolo scorso ne ha stravolto e deturpato i centri storici. Tra il finire dell’800 e i primi del 900 classi dirigenti colte e raffinate assicurarono dignità e bellezza alle grandi città meridionali. Senza avventurarsi in ricerche che pur sarebbero appassionanti, constatiamo oggi la totale assenza in un complesso industriale meridionale degno di grandezza e collocabile tra le prime dieci o anche venti imprese italiane. Agli inizi del 900, grandi compagnie di navigazioni, opifici industriali, industrie conserviere, primeggiavano con i complessi del Nord.

La letteratura sull’influenza della criminalità nel mancato sviluppo del Meridione è vasta, ma non esauriente. Incrociando le notizie contenute nei saggi con quelli riportati nella narrativa, gli scritti del primo Novecento con quelli dei nostri giorni, emerge un dato inquietante: le mafie del Meridione, da manovalanza al servizio di potenti senza scrupoli, a un certo punto della storia, collocabile nel secondo dopoguerra, irrompono nella politica.

Come gli ultimi Borboni convivevano e utilizzavano un controllo territoriale che in Sicilia, nell’agro Napoletano e in Calabria assumeva forme alternative alla Stato, anche il nascente Regno d’Italia cercò solo in modi discontinui di riappropriarsi del monopolio della forza. Il brigantaggio, presente nel 900 in tutto il Regno, dal Sud al Nord, è prima contenuto e poi battuto. Le mafie del Sud, mai antagoniste al potere, convivono come sicari, squadracce, e braccio armato di chi li utilizza e li protegge.

Ecco dunque lo snodo: il sistema elettorale su base censitaria, che aveva mantenuto separate gestione del potere e le mafie a forte radicamento sociale, muta radicalmente nel secondo dopoguerra. Uno Stato che non ha mai realmente combattuto per riappropriarsi del controllo del territorio, con l’avvento del sistema elettorale universale maschile e femminile, trasforma i poteri mafiosi in poteri legali. Nelle tre Sicilie irrompono a frotte, dentro le istituzioni, uomini che hanno un solo fine: spogliare e rapinare le risorse pubbliche. Vito Ciancimino è tra questi il più noto, ma è solo uno tra centinaia di uomini influenti che, spinti dalla forza del voto controllato dalle mafie, irrompono nelle istituzioni.

Da lì in poi la musica peggiora. Accanto al ceto politico mafioso che sfregerà le città del Sud, si affaccia un ceto politico che trova nelle risorse immense che si trasferiscono nel Mezzogiorno occasione per mutare i loro destini personali. Nasce una classe immobile che concorre con il ceto politico mafioso nel controllo delle clientele. Un sistema alimentato dalla tradizione, dall’intimidazione e da un clientelismo sfrontato e senza ritegno. Le massicce assunzioni alle Poste, alle Ferrovie, la creazioni di Enti che dovrebbero aiutare la crescita, si trasformano in immensi stipendifici. Le aziende Municipalizzate smarriscono lo scopo per il quale sono state create: erogare servizi, e divengono carrozzoni dove la fedeltà fa premio alla qualità.

L’altissimo numero di preferenze al Sud verso certi candidati regolarmente eletti al Parlamento nazionale – consenso spesso triplo o quadruplo rispetto a quello ottenuto del del Nord del Paese – è un altro segno del’influenza del ceto politico mafioso affiancato, alleato e, a volte concorrente, della classe politico clientelare.

E oggi? Il nuovo meridionalismo deve partire dal basso, dal recupero di una libertà che le vecchie e nuove plebi delle tre Sicilie non hanno mai davvero avuto. Le cronache ci soccorrono: oggi lo sviluppo del Sud è frenato da burocrazie esigenti e percorse da invidie sociali che bloccano autonomi progetti di sviluppo. Estorsione mafiosa e prezzo politico burocratico, affossano a centinaia ipotesi di investimento. Molte società si mimetizzano, sfuggono alla ribalta per non attirare gli appetiti del cerbero a due teste che tende a divorarle.

Lo spazio per un intervento dello Stato c’è, e sarebbe auspicabile che trovasse realizzazione. Non lo Stato imprenditore, esperienza fallita, ma lo Stato che restituisce dignità, autonomia e libertà alle moltitudini immerse nel bisogno e nel ricatto. L’unicità italiana rispetto al resto d’Europa, con l’assenza del reddito di cittadinanza, andrebbe colmata con celerità. Costituisce la premessa per tagliare gli artigli del consenso territoriale alla mafia, e le unghie al ceto politico che dilapida risorse per foraggiare le clientele invece di destinarle allo sviluppo.

 


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Le città meridionali, quelle delle tre sicilie (calabria, sicilia, campania), portano sul loro tessuto urbanistico le piaghe purulente dell'influenza di una classe politica, rapace e devastante, che a partire dagli anni '6o del secolo scorso ne ha stravolto e deturpato i centri storici. Tra il finire dell'800 e i primi del 900 classi dirigenti colte e raffinate assicurarono dignità e bellezza alle grandi città meridionali. Senza avventurarsi in ricerche che pur sarebbero appassionanti, constatiamo oggi la totale assenza in un complesso industriale meridionale degno di grandezza e collocabile tra le prime dieci o anche venti imprese italiane. Agli inizi del 900, grandi compagnie di navigazioni, opifici industriali, industrie conserviere, primeggiavano con i complessi del nord.

Le città meridionali, quelle delle tre sicilie (calabria, sicilia, campania), portano sul loro tessuto urbanistico le piaghe purulente dell'influenza di una classe politica, rapace e devastante, che a partire dagli anni '6o del secolo scorso ne ha stravolto e deturpato i centri storici. Tra il finire dell'800 e i primi del 900 classi dirigenti colte e raffinate assicurarono dignità e bellezza alle grandi città meridionali. Senza avventurarsi in ricerche che pur sarebbero appassionanti, constatiamo oggi la totale assenza in un complesso industriale meridionale degno di grandezza e collocabile tra le prime dieci o anche venti imprese italiane. Agli inizi del 900, grandi compagnie di navigazioni, opifici industriali, industrie conserviere, primeggiavano con i complessi del nord.

Le città meridionali, quelle delle tre sicilie (calabria, sicilia, campania), portano sul loro tessuto urbanistico le piaghe purulente dell'influenza di una classe politica, rapace e devastante, che a partire dagli anni '6o del secolo scorso ne ha stravolto e deturpato i centri storici. Tra il finire dell'800 e i primi del 900 classi dirigenti colte e raffinate assicurarono dignità e bellezza alle grandi città meridionali. Senza avventurarsi in ricerche che pur sarebbero appassionanti, constatiamo oggi la totale assenza in un complesso industriale meridionale degno di grandezza e collocabile tra le prime dieci o anche venti imprese italiane. Agli inizi del 900, grandi compagnie di navigazioni, opifici industriali, industrie conserviere, primeggiavano con i complessi del nord.

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