Per entrambi l’ultimo giorno a Palermo è stato il 6 agosto. Per il primo, freddato in via Cavour nel 1980, non esiste ancora alcuna verità giudiziaria. Per il secondo, invece, che viene ucciso davanti al portone di casa da un commando armato di Cosa nostra cinque anni più tardi, la corte d’Assise palermitana ha condannato i vertici della cupola mafiosa dell’epoca. Sono Gaetano Costa, procuratore capo di Palermo, e Ninni Cassarà, vice questore aggiunto alla Mobile. A unirli, oltre la macabra coincidenza della stessa data di morte, è l’impegno nella lotta alla mafia. «No, mio padre non era figlio di un dio minore, anzi. Era figlio di un dio maggiore. Lui capì tante cose con 30 anni di anticipo, fu un magistrato dal grande intuito e il primo a puntare su indagini che colpissero i patrimoni dei boss». È con queste parole che Michele Costa, emozionato, ricorda il padre a 37 anni dall’omicidio.
Viveva col sogno di essere sereno: «Il giorno che avrò paura, mi trasferisco e me ne vado. Perché dovrei continuare a fare un lavoro che mi mette ansia?», diceva ai colleghi. Era cosciente dei pericoli che correva, «determinati soprattutto dal fatto che qualcuno tra i suoi più intimi collaboratori lo avesse oggettivamente tradito. Questa – prosegue il figlio – è una delle ragioni per cui non siamo riusciti ad avere nemmeno un’ombra di verità». Chi è venuto dopo non ha approfondito, piuttosto ha omesso. «Ho timore di dire che le scorciatoie ormai non funzionano più», commenta amaro Michele. A ricordare i due uomini dello Stato uccisi da Cosa nostra c’è anche l’onorevole Carlo Vizzini, presidente dell’associazione MafiaContro, che li ha conosciuti entrambi: Cassarà è stato suo compagno di classe al liceo classico Garibaldi e poi anche collega di corso alla facoltà di Giurisprudenza: «C’erano anche le vacanze assieme, il campeggio alle Eolie, e tanti altri ricordi che preferisco rimangano miei – racconta – Poi lui divenne questore, io deputato, ognuno prese la propria strada».
Mentre Costa lo conosce per caso: truffato con diecimila lire false, aveva denunciato l’episodio e il procuratore in persona lo aveva chiamato per farsi raccontare l’accaduto. Un episodio che lo colpisce molto ancora oggi. «L’incontro commemorativo di quest’anno è un atto dovuto, come per gli anni precedenti. Lo abbiamo intitolato Figli di un dio minore? Per tenere aperta una questione che sta via via degenerandosi nel tempo – spiega – Non ho mai pensato che la mafia avesse abbassato la testa, è tra di noi, anche quando non la vedi c’è, è nei palazzi delle istituzioni. Il braccio militare è in disuso o viene usato per altri motivi, per scontri interni. Sanno che ora non serve usarlo, perché devono potenziare l’altro ramo, quello economico». Ripercorre i fatti di Borgo Vecchio, dalle dichiarazioni di Giuseppe Tantillo al comizio in strada della sorella, fino alle minacce recapitate al giornalista Salvo Palazzolo e al giudice Nicola Aiello. Tira in ballo anche lo sfregio avvenuto nel cortile della scuola Falcone allo Zen e il blitz che ha smantellato il mandamento di Brancaccio, il giorno del 25esimo anniversario della strage di via D’Amelio.
«In mezzo a tutto questo ecco la nuova antimafia, quella degli affari, dei parolai. Che fare? La politica deve fare leggi e parlare attraverso di esse. Ma sono ancora troppi gli insuccessi dello Stato, basta ripensare, tra i fatti recenti, all’indisposizione dei parenti di Totò Riina dopo aver subito l’ultimo sequestro dei beni, che hanno minacciato a mezzo social un giornalista che aveva semplicemente riportato quella notizia», dice ancora Vizzini, che insiste: «Ci vuole l’antimafia della ragione e la consapevolezza che ogni giorno ognuno deve fare la propria parte. Oggi centinaia di persone vivono di antimafia di facciata. Ma dovrebbe essere volontariato, essere persone perbene deve essere una precondizione non una qualità. Mi sento più preoccupato che mai e con più forza del passato sostengo che bisogna svuotare le cassaforti di ogni mafioso. Ci sono state circa 60 scarcerazioni eccellenti: o qualcuno mi dice che è falso o qualcuno ne cominci a discutere nelle sedi preposte per avanzare delle soluzioni».
«È facile fare manifestazione una volta l’anno, più difficile è sensibilizzare e incidere davvero sulle coscienze», gli fa eco infine lo scrittore Renato Campisi, che subito punta il dito: «Viviamo in un paese che non ha memoria storica. Un paese che vive di apparenza e non di analisi e contenuti. La gestione dei beni confiscati favorisce solo chi la gestisce, al di là del caso eclatante della giudice Saguto, questi beni chiudono, non rivivono, favoriscono solo chi li gestisce. Ma non è il Crocetta di turno che va condannato, ma chi lo sostiene o chi oggi non sa trovare un’alternativa a lui». E nel suo discorso, duro e molto sofferto, non mancano le allusioni ai personaggi del presente. «Diffido dei magistrati che fanno la politica, penso che ognuno debba fare il proprio lavoro – spiega – Ci sono magistrati che acquisiscono una certa notorietà e la sfruttano per entrare in politica e questo non va a beneficio dei cittadini ma solo di loro stessi. Quello che vedo attorno a me è l’incapacità assoluta. È il momento di fermare tutto, ognuno deve riappropriarsi del proprio ruolo. Purtroppo noi come cittadini siamo troppo disponibili a dimenticare, ci indigniamo a comando per un evento, non sul ragionamento».
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