Elezioni, se vince l’astensionismo

Com’era prevedibile, l’astensionismo elettorale, spia di un dilagante malessere sociale, segna sufficientemente queste consultazioni elettorali. Un fatto annunciato, si direbbe, un po’ tutti eravamo, infatti, convinti che molta gente non sarebbe andata a votare, vuoi per la soggettiva sfiducia in un certo tipo di politica che ha contraddistinto questi ultimi anni,vuoi – ed anche questo fenomeno è giusto sottolinearlo – per il sistematico condizionamento operato da un’informazione che ha offerto all’opinione pubblica l’immagine di una democrazia allo sfascio.

I due fatti, chiaramente, sono fra loro legati. Inutile dire che le promesse – non parlo naturalmente delle promesse elettorali di basso profilo – di risposte politiche alte, capaci di disegnare percorsi praticabili per il futuro del Paese sono mancate. I partiti che avrebbero dovuto darle si sono trascinati nel piccolo cabotaggio, seguendo interessi e sollecitazioni che, non ce ne vogliano se li definiamo tali, sicuramente “meschini”. E’ mancata la disponibilità ad andare oltre per offrire alla gente, soprattutto in un momento di crisi come il presente, risposte credibile e responsabili.

L’altro fatto, è figlio di una deformazione dell’informazione. In Italia assistiamo troppo spesso all’amplificazione dei fenomeni attraverso i mezzi di informazione. Ripetere che i partiti sono degradati, che non meritano più la fiducia, che l’astensionismo si afferma e si conferma alla luce dei sondaggi che ripetutamente si praticano, è non solo corretto ma, perfino, opportuno. Ci guarderemmo dunque da esprimere critiche.

Quello che, invece, pare sia opportuno sottoporre a critica è il modo in cui la stessa informazione va offerta. Ci sbaglieremo, ma abbiamo l’impressione che, a parte qualche piccolo settore, il messaggio che sembra si voglia far passare non sia proprio quello della denuncia per superare i problemi che stanno alla base dell’astensionismo, ma un subliminale richiamo all’allargamento del dissenso. Se si continua a ripetere che il fenomeno si allarga, che la sfiducia è ormai dilagante, si dice molta verità ma, di riflesso, si convince la gente che, pur prendendo atto del problema, non ci si vuole impegnare a porvi rimedio, così sembra meglio abbandonare il campo visto che, in realtà, come si vuol far credere, non c’è proprio nulla da fare.

Questa la nostra analisi, parziale, se si vuole, non è molto lontana dal vero. Per non fermarci alla constatazione del fenomeno e avvitarci sullo stesso secondo il “buon” costume italiano, ma chiederci se qualcosa si sarebbe potuto fare per sconfiggere l’antipolitica, riprendiamo i fenomeni citati.

Dicevamo della sfiducia della gente per la cattiva politica che i partiti offrono alla opinione pubblica. Li chiamano leader, parliamo soprattutto dei tre personaggi che oggi guidano la maggioranza, piuttosto si potrebbe dire convivenza forzata. Crediamo che mai termine è stato “malusato”. Se questi sono i leader, la provvidenza ci salvi anche dai più gravi disastri !

Sono oltre tre anni che si parla della necessità, e non opportunità, che si imprima una svolta alla politica. Che cioè si avviino azioni per smontare quella mostruosa ‘macchina’ che impedisce alla buona politica di venire fuori. Sono anni che si chiedono segnali nella direzione della moralizzazione, dell’abbattimento degli inammissibili privilegi che cementano un ceto politico sostanzialmente immobile, della riduzione dei cosiddetti costi della politica. Ebbene, cosa hanno fatto questi stessi cosiddetti leader?

A parte le solite manifestazioni di indignazione, di sdegno con conseguente proposte fumose, non si è visto nulla. A nostro modo di vedere, bastavano pochi segnali. Ne indichiamo uno per tutti o per non riprendere la geremiade degli scandali giornalieri: la riconsiderazione del finanziamento pubblico dei partiti. Dopo gli scandali di questi ultimi mesi, era sembrato che qualcosa si muovesse, che i leader (!) si fossero resi conto che la misura era colma. Tutto si è consumato nel giro di un mattino. I distinguo, le riconsiderazioni, i pour parler, hanno infatti non solo fatto perdere il vantaggio della tempestività ma, sostanzialmente, hanno affossato i cosiddetti buoni propositi. Ci chiediamo dunque, che leader sono questi che non riescono a capire “il corso delle cose”, che non riescono a interpretare le domande della gente!

Andiamo all’informazione. Anche in questo caso ai responsabili e conduttori delle testate televisive, radiofoniche e giornalistiche in genere. Anche qui, un appunto forte. Fare informazione, informazione corretta, è problema di grande responsabilità anche perché ha un riflesso nella formazione dell’opinione pubblica. Ci pare che, proprio questa attenzione all’opinione pubblica alla corretta formazione non ci sia proprio. Piuttosto ci sia un cavalcare la notizia scandalistica, l’accrescere fenomeni al di là della loro reale consistenza. Manca, quel che un tempo c’era, cioè il sano commento che, pur anche se contraddistinto da faziosità, riusciva al far capire alla gente la reale consistenza dei fatti.

A seguire i mass media, saremmo infatti sull’orlo del baratro, alla fine della democrazia, alla dissacrazione della politica. Fatti che ci sono, drammi che viviamo, situazioni che registriamo e che, tuttavia, vanno elaborati per impedire di diventare preda dell’altra politica, quella piazzaiola dei demagoghi, dei qualunquisti senza proposte concrete che giocano alla sfascio sulla pelle della gente.

Foto di prima pagina tratta da loschermo.it

Foto vignetta tratta dapdlmestrinopd.wordpress.com

 

 


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Com’era prevedibile, l’astensionismo elettorale, spia di un dilagante malessere sociale, segna sufficientemente queste consultazioni elettorali. Un fatto annunciato, si direbbe, un po’ tutti eravamo, infatti, convinti che molta gente non sarebbe andata a votare, vuoi per la soggettiva sfiducia in un certo tipo di politica che ha contraddistinto questi ultimi anni,vuoi - ed anche questo fenomeno è giusto sottolinearlo - per il sistematico condizionamento operato da un’informazione che ha offerto all’opinione pubblica l’immagine di una democrazia allo sfascio.

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