Discarica abusiva nei terreni confiscati dal giudice Livatino Legambiente: «Bomba ecologica causata da menefreghismo»

Nel giorno dell’anniversario della morte del giudice Rosario Livatino, Legambiente Sicilia e il circolo Rabat di Agrigento hanno fatto un blitz nell’enorme discarica abusiva in contrada Gibbesi a Naro, proprio su terreni che erano stati confiscati alla criminalità organizzata dal giudice ucciso dalla mafia il 21 settembre del 1990. «È una vicenda scandalosa e vergognosa – ha commentato il presidente del circolo Legambiente Rabat  Daniele Gucciardo – Quel sito è una bomba ecologica in cui, da anni, vengono accumulati rifiuti speciali e pericolosi senza che nessuno abbia alzato un dito». 

Tra i cumuli di spazzatura, infatti, ci sono anche resti di eternit-amianto. «Nell’Agrigentino, la presenza di eternit è un fatto acclarato – ha sottolineato Gucciardo – Ci sono tante ditte che si sono specializzate per lo smaltimento dell’amianto ma sulle quali nutriamo molti dubbi. Ci sarebbe da indagare perché c’è un evidente problema nella filiera dello smaltimento che, in parte, è in nero». Una denuncia forte quella che arriva da parte degli ambientalisti a cui si aggiunge anche quella dell’«assoluto menefreghismo nei confronti del lavoro del giudice Livatino e dell’importanza sociale dei beni confiscati alla mafia». 

Il giudice Rosario Livatino da maggio è beato per il suo sacrificio nella fede. Ucciso dai mafiosi della Stidda a 38 anni a bordo della sua Ford Fiesta rossa mentre da Canicattì – dove abitava – stava andando al tribunale di Agrigento. Intorno alle 8.30 del mattino, fu avvicinato, braccato e ammazzato da un commando mafioso perché «perseguitava le cosche mafiose impedendone l’attività criminale, laddove si sarebbe preteso un trattamento lassista», come si legge nella sentenza che ha condannato sicari e mandanti. Laureato in Giurisprudenza all’Università di Palermo a soli 22 anni con il massimo dei voti e la lode, nella sua attività Livatino si è occupato di quella che poi sarebbe esplosa come la Tangentopoli siciliana. In particolare, aveva colpito la mafia di Porto Empedocle e di Palma di Montechiaro, anche attraverso la confisca dei beni.


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