Da Nicotra a Ruggirello, il partito della nazione in Sicilia Le pressioni renziane per portare Articolo 4 dentro il Pd

«Il rischio è che facciamo una marmellata che, più che un partito, è un autobus dove si sale e si scende. Io non ho paura di governare le contraddizioni, il problema è sapere dove dobbiamo andare. Se non lo sappiamo rischiamo di essere una cosa un po’ trasformista». Esattamente quattro anni fa, il 6 marzo del 2015, così parlava Antonello Cracolici fuori dalle Ciminiere di Catania, teatro del matrimonio tra Articolo 4 – creatura di Lino Leanza lasciata pochi mesi prima in mano ai catanesi Luca Sammartino e Valeria Sudano – e il Partito Democratico. Un ingresso benedetto dal partito nazionale e che ha cambiato in maniera decisiva la faccia dei democratici in Sicilia, portando in dote, tra gli altri, pure il trapanese Paolo Ruggirello, arrestato ieri con la pesantissima accusa di associazione mafiosa, e il catanese Raffaele Nicotra, arrestato lo scorso 10 ottobre con l’accusa di concorso esterno. «Nessuno di noi poteva certamente sapere – dice oggi Cracolici – ma bisogna chiedersi come un partito di massa come il Pd non abbia avuto le antenne sul territorio per capire chi stavamo imbarcando». I timori di Cracolici di cinque anni fa si sono in effetti realizzati. «Un partito che perde la sua identità – aggiunge il deputato palermitano – è più facile che venga avvicinato da chi lo vuole scalare, ma la colpa è di chi lo ha reso scalabile, rendendolo il partito di tutti, un partito contenitore». 

Il video della manifestazione di quattro anni fa a Catania

A quelle nozze partecipò lo stato maggiore del Partito democratico. Compresi gli allora dirigenti nazionali e fedelissimi di Matteo Renzi, Lorenzo Guerini e Davide Faraone, oggi segretario regionale. E, stando alle ricostruzioni di chi in quel periodo sedeva alla direzione regionale del partito, nessuno si oppose seriamente all’ingresso di Articolo 4. Anche perché l’imprimatur arrivava direttamente da Roma. All’interno dei dem siciliani si sa che il primo contatto nazionale di Luca Sammartino fu con Marco Minniti, all’epoca sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega ai servizi segreti e poi ministro dell’Interno. «Al netto delle valutazioni politiche – ragiona un dirigente del Pd – con un input così autorevole, sicuramente ben messo con gli apparati, l’ultima cosa che potevamo pensare è che sarebbero emersi problemi di questa natura». 

Ma in realtà, al di là delle valutazione di ordine morale, nessuno in direzione regionale mise veti di natura politica. «La proposta di far confluire Articolo 4 arrivò in direzione regionale da Roma – ricostruisce il dirigente – in quel periodo ne stavamo parlando ma nel frattempo l’ingresso dei loro deputati regionali nel gruppo Pd all’Ars subì un’improvvisa accelerata che cambiò tutto». Un percorso alla rovescia: mentre nei territori i gruppi consiliari di Articolo 4 del Pd rimanevano divisi, a volte anche su posizioni opposte, a Palermo si procedeva alla fusione, benedetta dall’allora capogruppo dem Baldo Gucciardi, trapanese come Ruggirello. Nessuno tra gli allora deputati del Pd si oppose all’ingresso di Luca Sammartino, Valeria Sudano, Alice Anselmo, Raffaele Nicotra e Paolo Ruggirello. «In quel periodo – spiega un altro dem siciliano – tutti volevano salire a bordo del Pd. E le pressioni del renzismo erano molto forti: c’era il gruppo di Cardinale, quello di Leanza, quello di D’Agostino. A molti Articolo 4 sembrò il male minore». 

Eppure, stando alle ricostruzioni degli inquirenti, l’attività di Ruggirello in provincia di Trapani e quella di Nicotra nel Catanese da oltre dieci anni sarebbero state contraddistinte da accordi e spartizioni con Cosa Nostra. Ma se ai piedi dell’Etna ci fu chi nella base dem – soprattutto tra Misterbianco e Motta Sant’Anastasia, dove la battaglia contro la discarica aveva lasciato ferite profonde – alzò più di un dito per denunciare le visioni politiche opposte tra Articolo 4 e Pd, dall’altra parte dell’Isola non si registrarono voci di dissenso contro la casacca democratica da far indossare a Ruggirello, al netto di scaramucce da posizionamento o battaglie apparenti. E anche ieri, nel giorno del suo arresto, da politici e amministratori di quella provincia quasi nessuno ha commentato. «La rete di influenza di Ruggirello arriva ovunque – spiega il sindaco di Petrosino Gaspare Giacalone – i primi cittadini non allineati si contano sulle punte delle dita. Emerge un quadro inquietante di un sistema politico locale fortemente inquinato e radicato. Fatto di silenzi, complicità e compiacenze. C’è da chiedersi come si sentiranno coloro che si sono fatti sostenere ed eleggere da tutta questa gente, quelli che li hanno accolti nei loro partiti, nei loro comitati elettorali e nelle loro amministrazioni. Facile aspettarsi che se ne staranno zitti e muti, come ogni volta del resto. Mentre chi non si è mai allineato a questo sistema – conclude – ne subisce ogni giorno la ferocia e la spietatezza».


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