Caporalato, nuova legge non piace agli agricoltori «Lievi infrazioni vengono equiparate a reati gravi»

«Siamo delusi e amareggiati. Questa legge poteva essere un’ottima occasione per contrastare un problema grave della nostra società è degenerata in una caccia alle streghe, dove la strega è l’azienda agricola». È decisamente critico l’atteggiamento con il quale Ettore Pottino, presidente di Confagricoltura Palermo, ha accolto il varo della legge contro il caporalato – la pratica di reclutamento di lavoratori in nero, per la maggior parte vengono impiegati nei campi, dietro alla quale, di frequente, si nascondono le organizzazioni criminali. Il ddl è stato approvato col voto finale alla Camera dei Deputati il 18 ottobre e, tra le altre cose, introduce la sanzionabilità del datore di lavoro oltre a quella dell’intermediario. Spiega Pottino: «Questo automatismo che coinvolge i titolari dell’azienda agricola nelle responsabilità penali anche per lievi infrazioni e l’identificazione degli stessi con il reato di caporalato comportano un clima di terrore. Si diventa vulnerabili a interpretazioni discrezionali degli inquirenti e degli organi di polizia. Mere procedure formali che riguardano, per esempio, comportamenti sulla sicurezza sul lavoro o difformità lievi sulle buste paga – approfondisce il presidente dell’associazione – possono diventare perseguibili penalmente, invece si tratta di fatti marginali che non possono essere paragonabili alla condotta del caporale che assume in nero i lavoratori».

Pottino punta il dito contro l’articolo 1 del ddl, che nel modificare l’articolo 603 bis del codice penale, «tratta con lo stesso rigore punitivo – dice il leader di Confagricoltura – chi, con violenze e minacce, sfrutta i lavoratori, sottoponendoli a trattamenti degradanti e disumani, e i datori di lavoro. Questi ultimi assumono e assicurano i dipendenti. Può capitare che, occasionalmente, incorrano in violazioni lievi, meramente formali della normativa contrattuale. La nuova normativa mette sullo stesso calderone il caporalato con comportamenti che sono sicuramente sanzionabili, ma che non possono essere messi sullo stesso piano di atteggiamenti delinquenziali come il caporalato. La pena deve essere proporzionata al reato, altrimenti diventa un atto arbitrario e ingiusto.

Una legge, quella approvata sul caporalato, che, secondo Pottino, potrebbe comportare effetti collaterali per l’agricoltura, per esempio un ulteriore peggioramento per un’economia già in crisi. «L’agricoltura oggi è un settore molto fragile e questo provvedimento può provocare disastri. Il danno viene fatto al sistema perché la nuova normativa non è sostenibile. Noi facciamo gli imprenditori, non possiamo essere equiparati ai delinquenti. Chi sbaglia deve pagare, ma occorre prevedere pene lievi per piccole mancanze e colpire pesantemente i reati gravi. Questa presunzione che il datore di lavoro in agricoltura sia un elemento di per sé portatore di comportamenti illegali è sbagliato, non lo possiamo accettare».

Pur criticando la la nuova legge, quella di Pottino non è una posizione ideologica, vista anche l’incidenza del fenomeno fotografata dai dati sul caporalato a Palermo: «Abbiamo condiviso la preoccupazione dover porre un argine al caporalato partecipando ai tavoli al Ministero insieme ai sindacati. Riconosciamo che si tratta di una piaga nel nostro Paese, però non accettiamo massimalizzazioni e superficialità. Noi abbiamo  cercato di mediare portando avanti le nostre ragioni, ma abbiamo trovato un muro. Questa cosa s’ha da fare, è stato l’atteggiamento, per citare I promessi sposi – conclude Pottino -, ma le cose devono essere fatte bene, non si può agire d’impulso». 


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