Latte, perché gli allevatori siciliani non protestano «Se Lega-M5s deluderanno, si apriranno nuovi spazi»

Si parla, si discute, si scrivono post, nascono gruppi whatsapp e si rilanciano i video che arrivano dalla Sardegna. Qualcuno si lancia in gesti isolati, rovesciando qualche secchio di latte nella propria campagna o davanti ai propri cani. Ma tutto avviene rigorosamente sui social. Almeno per ora. Nella Sicilia più interna, tra Enna e Caltanissetta, qualche altro è arrivato a sedersi attorno al tavolino di un bar per discutere sul da farsi. Ma oltre, gli allevatori siciliani non sono andati. A differenza dei colleghi sardi – che da oltre una settimana bloccano i mezzi pesanti in entrata e in uscita dalla loro isola e rovesciano a terra centinaia di litri di latte per protestare contro i prezzi troppo bassi – in Sicilia sembra che all’indignazione, sempre più dilagante sul web, non riescano a seguire forme organizzate per far sentire la voce della categoria. Perché?

Le cause, stando agli addetti ai lavori, sono molteplici. Primo: i numeri. «I pastori sardi sono un esercito di 15mila persone, sostenuti dalle relative famiglie, qui queste cifre non ci sono», riflette Mariano Ferro, uno dei leader dei Forconi che di proteste se ne intende e che in questi giorni ha il telefono caldo sull’asse Sardegna-Sicilia. «Da noi l’economia è più variegata, ognuno con le sue istanze, chi produce agrumi, chi ortaggi, chi olio. In Sardegna la pastorizia è la base. E poi, ha visto l’età media di chi sta protestando? Decisamente più bassa di quella dei nostri allevatori». A questo si aggiunge un altro fattore. «Molti allevatori in Sicilia hanno una seconda entrata – spiega proprio uno di loro – spesso sono operai forestali a giornata, il problema del latte venduto a prezzi bassi è serio ma non li porta alla fame». Circostanza confermata anche da chi come forestale lavora da molti anni.

La forbice dei prezzi, invece, non trova grandi differenze tra le due isole. Se in Sardegna per un litro di latte in media si pagano 60 centesimi, in Sicilia la media è di circa 70-75 centesimi. Ma questo avviene nei territori, come Palermo, dove la rete infrastrutturale è migliore. «Nelle zone interne, dove le industrie casearie hanno più difficoltà a raggiungere gli allevatori, il prezzo scende arrivando a equiparare quello dei colleghi sardi», spiega Giovanni, giovane pastore della provincia di Palermo che ha creato un gruppo whatsapp per cercare di convogliare la rabbia dei social in una forma di protesta organizzata. Finora con scarsi risultati. 

Sullo sfondo c’è anche la congiuntura politica che, almeno in Sicilia, sembra disincentivare la protesta di piazza. Le grandi aspettative riposte sul governo Lega-M5s rimangono, e molte categorie restano in attesa di risposte. Basta sentire il leader dei Forconi. «Voterò Lega con la pancia, anche se la testa non è convinta – dice Ferro -. Se ci deluderanno si aprirà una fase di convulsione e il voto in Abruzzo ha dimostrato che i voti presi dai cinquestelle non tornano al Pd o a Forza Italia. Servirà un soggetto politico nuovo, probabilmente con un nome diverso rispetto a quello dei Forconi, ma bisognerà arrivare preparati, perché – conclude – allora sì che ci sarà spazio per la protesta».


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