Processo Maniaci, la versione dell’ex sindaco di Partinico Lo Biundo: «Io non ho mai subito alcuna minaccia da lui»

Nessuna minaccia, nessun ricatto, nessuna imposizione. Tutto sparito, non ce n’è traccia nel racconto fatto oggi davanti ai giudici dall’ex sindaco di Partinico Salvatore Lo Biundo, che ripercorre in aula il suo rapporto con il giornalista di Telejato Pino Maniaci, a processo con l’accusa di tentata estorsione e diffamazione. «Non sono mai stati buoni i rapporti con lui – rivela subito l’ex primo cittadino -. Ricevevo continui attacchi mediatici da parte della sua emittente, denigrava l’immagine del politico di turno che per lui rappresentava il malaffare. Ci sono state ripercussioni anche sull’ambito familiare, mia moglie è entrata in depressione». Il cuore di esame e controesame è una circostanza ben precisa, però: l’assunzione di una donna, secondo l’accusa amante di Maniaci, per la quale il giornalista avrebbe spinto su più fronti. Lo fa perché la donna si ritrova senza alcun reddito, con un passato di violenze subite e con una figlia disabile a carico. Fa quindi pressioni sull’amministrazione locale, affinché le trovino un posto. E per tre mesi viene assunta per fare le pulizie con un contratto di solidarietà. «Ho accettato per tenerlo buono e per non subire altre ritorsioni mediatiche», spiegava Lo Biundo ai magistrati nel 2016. Una frase che ripete anche oggi, con la differenza però che non lascia intendere alcun ricatto o minaccia.

A domanda precisa degli avvocati Parrino e Ingroia, infatti, è costretto a dire chiaramente: «Maniaci non mi ha mai detto direttamente “se non mi dai i soldi io ti attacco”, non sono mai stati usati questi termini». A portare, insomma, l’ex sindaco a decidere di aiutare la donna, anche scaduti i tre mesi del contratto di solidarietà tenendola comunque a lavorare in nero nel suo ufficio e pagandola di tasca propria, è la paura che a un eventuale rifiuto il giornalista possa montare una campagna mediatica denigratoria contro di lui: «Visto che di mezzo c’era anche una bambina disabile, temevo che mi avrebbe fatto passare per uno che non ha a cuore questi temi, quando invece io ho sempre cercato di aiutare tutti». «Per noi lui era considerato il dio della legalità – continua, parlando di Maniaci -. I magistrati avevano costruito questa immagine di lui, per me stava tra i buoni. Era sostenuto dal giudice Morosini, da Ingroia, dal presidente del Senato, da tutti quelli che sono andati in tv a dire “#siamotuttipinomaniaci”. Quando vedi tutto questo è logico che indirettamente noi avevamo una visione diversa rispetto agli attacchi di cui temevamo, perché lui attaccava tutti i sindaci e vedeva solo malaffare. Era un megalomane, aspirava a fare il sindaco, si era candidato anche nelle liste per fare il senatore».

Lo Biundo decide quindi di assecondare le pressioni di Maniaci per aiutare la donna, nella speranza che i toni dei servizi risultino nel tempo più morbidi. Cosa che però non accade, anzi. «La sua è stata un’attività costante di denigrazione, dopo l’assunzione della donna non è cambiato niente, l’atteggiamento di contrasto alla mia gestione e alla mia giunta è continuato lo stesso. Non mi aveva mai promesso però che sarebbe stato più morbido nei suoi servizi – precisa – e anche se me l’avesse detto io non ci avrei creduto». Dice però che avrebbe aiutato in qualche modo la donna a prescindere, perché «in effetti era davvero in forte difficoltà, aveva bisogno di aiuto visto le sue condizioni». Perciò mette da parte con cadenza periodica 50 euro da destinare alla giovane – anche se in aula non sa specificare né il periodo né la frequenza con cui lo fa -, soldi che avrebbe affidato a Maniaci, che li avrebbe poi fatti avere alla donna. «All’epoca pensavo che, visto che la signora mi telefonava per ringraziarmi, i soldi le fossero arrivati».

Identico il racconto di Giovanni Provenzano, ex assessore ai Servizi sociali di Partinico, che siede davanti ai giudici subito dopo Lo Biundo. «Non ho mai visto dazioni di denaro a Maniaci e io personalmente non gli ho mai dato un soldo – spiega -. Solo una volta, incontrandomi, mi chiese se avevo 20 euro da dargli, tutti sappiamo che Telejato gode di risorse limitate, in quel momento non li avevo nel portafoglio se no penso che glieli avrei dati», ammette con candore. Anche lui, come l’ex sindaco prima, non ha minacce da raccontare, nessun ricatto, solo qualche telefonata insistente per convincere l’amministrazione ad aiutare quella donna in difficoltà. «Alla pubblicazione dell’avviso del bando, con i suoi soliti toni, mi disse di attenzionare questa persona, ma non c’era nemmeno bisogno visto le sue condizioni, poi mi disse di farla lavorare nel servizio centrale ma anche qua non ce n’era bisogno, lei aveva i requisiti per rientrarci, solo che bisognava rispettare una turnazione e fare lavorare anche altri in difficoltà». Anche lui, come Lo Biundo, si sente costretto a dare una mano a questa donna, costrizione però che percepiscono loro, ma che, a giudicare da quanto sentito oggi in aula, non scaturisce da alcuna minaccia o ricatto esplicito. Ma dalla speranza di essere risparmiati mediaticamente. Cosa che non si avvera.  


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A domanda precisa degli avvocati Parrino e Ingroia, non può più tergiversare né usare toni allusivi: «Non sono mai stato ricattato, né lui mi ha mai promesso che una volta assecondate le sue richieste avrebbe usato toni più morbidi nei suoi servizi», racconta in aula. Un copione ripetuto anche dall’ex assessore Provenzano

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