A Catania le aziende falliscono? «Colpa anche di un certo sindacato»

In questi mesi si è molto parlato di crisi economica, aziende che chiudono, posti di lavoro andati in fumo. Anche la crisi però è diventata un modo di essere del pensiero unico. Spiega tutto, quindi non spiega niente. La nostra città, ad esempio: almeno tre grandi imprese non ci sono più. Aligrup (distribuzione alimentare); Wind Jet (trasporto aereo); Sigenco (edilizia industriale). In tutto, circa duemila dipendenti diretti e almeno altrettanti nell’indotto. Puff ! Spariti. E tutti a piangere sulla crisi. Non è così. A conoscere bene i fatti, e senza voler esprimere giudizi, ciascuna di tali imprese è sparita dal mercato per ragioni interne, diciamo per difetti congeniti o strutturali o ancora, in qualche caso, per via di una gestione diciamo “approssimativa”. Sembra un dettaglio ma non lo è. Comprendere le vere ragioni dei fenomeni aiuta a gestirli e a superarli. Chi dovrebbe spiegare tutto questo ? La stampa, per esempio. Oppure la politica. Od anche, e meglio, i sindacati.

Ma anche qui non andiamo bene: le organizzazioni sindacali, il loro ruolo, i criteri di scelta dei loro dirigenti, il loro livello di preparazione e la capacità di interpretare le istanze economiche, il loro potere di rappresentanza dei lavoratori. Questione delicata, si rischia di infrangere radicati tabù. Cominciamo allora con qualche notizia. Nella nostra città, gran parte dei dirigenti sindacali provinciali di questa o quella organizzazione sono le stesse persone da almeno 20 anni. Non sappiamo nulla, all’esterno, dei criteri con cui tali organismi vengono scelti o confermati.

Del resto, le organizzazioni sindacali non hanno mai voluto che si attuasse l’art. 39 Costituzione: adottare un ordinamento interno a base democratica al fine di ottenere la registrazione come persone giuridiche. Eppure, nel tempo e per legge, hanno acquisito il potere di “gestire” le crisi aziendali. Di rappresentare i lavoratori e deciderne i criteri di scelta in caso di licenziamento collettivo (L. 223/91); di derogare al diritto dei lavoratori ad essere trasferiti all’impresa acquirente in caso di cessione d’azienda in crisi; di concordare le ragioni di accesso alla Cassa Integrazione ed anche qui i criteri di rotazione tra i lavoratori; di vigilare sul subentro negli appalti; di ricevere informativa preventiva ancora in caso di trasferimento d’azienda (che superino una certa dimensione).

A livello nazionale, di fatto stabiliscono il livello retributivo per ciascuna categoria di lavoratori, fissando così dei parametri che la magistratura del lavoro prende a prestito nello stabilire congruità e correttezza della paga dei dipendenti. (Art. 36 Cost.). Un ruolo importante, insomma. Costituzionalmente protetto. Ma per un tale ruolo, che qui non intendo porre in discussione, ha ancora senso affidarsi esclusivamente ad una gestione chiusa nella ritualità interna o non è forse il caso, mi chiedo, che anche le organizzazioni sindacali mettano in discussione sé stesse? Ci piacerebbe, per restare al nostro territorio, che si aprissero alla città, con meno proclami e maggiori informazioni.

Ve ne sono, di bravi sindacalisti, così come vi sono imprenditori consapevoli del ruolo economico e sociale delle loro imprese. Tuttavia, è il sistema nel suo insieme, delle relazioni industriali, della produzione, della rappresentanza sociale, ad essere rimasto chiuso ed involuto. Facile sparare a zero sui politici ma quando si dice classe dirigente, si dice anche imprenditori e sindacalisti. Da cambiare.

di Concetto Ferrarotto

Leggi il post sul blog Il lavoro e i 400 colpi della legge


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