Unict, no alle linee guida comportamentali Critiche da tutta Italia, «è autoritarismo»

Non cessano le polemiche sulle «linee guida comportamentali nel caso di apertura di procedimenti disciplinari» stilate dall’Università di Catania. Dopo la prima ferma presa di posizione del Coordinamento unico d’Ateneo, si sono levate diverse voci contro le nuove regole che riguardano il personale dipendente da palazzo Centrale per evitare «interferenze esterne» nel corso dei procedimenti disciplinari regolati ai sensi della legge 240/2010, la cosiddetta legge Gelmini.  

Il nuovo regolamento consente agli organi competenti – il rettore e le commissioni disciplinari – di avviare un procedimento disciplinare «qualora le interferenze si traducano in vere e proprie strumentalizzazioni a danno dell’istituzione universitaria». No, dunque, al coinvolgimento degli organi di stampa. Ma sono anche vietati dibattiti e assemblee. Le sanzioni arrivano fino a sei mesi di sospensione dello stipendio e tutti gli effetti di legge conseguenti. Il Cuda lo ha subito definito come un modo per «scongiurare il contagioso diffondersi della libertà di parola e di espressione – sancita dall’articolo 21 della nostra Costituzione». Una decisione inaccettabile, secondo i docenti. «Il rettore dell’Università di Catania – hanno scritto nel loro documento – vuole avere libertà di mettere sotto azione disciplinare chi vuole, come vuole e quando vuole».

Una delibera che ha scatenato una dura presa di posizione anche fuori dalle mura del siculorum gymnasium. In tre giorni una petizione di solidarietà ai colleghi catanesi è stata firmata da circa seicento tra ricercatori, ordinari, associati e dottorandi di tutta Italia.

Al coro contrario alla delibera si uniscono anche le sigle sindacali nazionali di categoria e studentesche. «Quanto accade nell’Università di Catania – si legge in una nota – evidenzia il tentativo del Rettore di intimidire le componenti dell’Ateneo e di restringere gli spazi di libertà e confronto sulla gestione dell’Università: esemplare il divieto di utilizzare le mailing list di ateneo per le comunicazioni sindacali e di categoria». Un tema, quest’ultimo, diventato a dir poco spinoso dopo il cosiddetto Mailgate che ha toccato proprio il tasto dolente dell’uso ristrettissimo delle comunicazioni interne.

«Sembra uno scherzo di cattivo gusto – scrive nel suo blog Giuseppe Berretta, parlamentare catanese del Partito democratico – non è affatto credibile che un datore di lavoro, men che meno un Ateneo, luogo di formazione del pensiero critico, almeno tale dovrebbe essere, pretenda silenzio ed obbedienza perinde ad cadaver, da parte dei dipendenti».

«Cosa è l’autoritarismo?», chiedono i membri della Rete 29 aprile nel blog ospitato da Il fatto quotidiano. «Il rettore e il Cda dell’università di Catania ne sono la prova vivente, testimoniando anche a quali esiti si può arrivare applicando alla lettera la legge 240/2010 (legge Gelmini) e portando alle estreme conseguenze i margini di discrezionalità che essa prevede per l’azione – in questo caso azione disciplinare – dei rettori», spiegano. Una legge «portatrice di contenuti pericolosi, come ad esempio la concessione ai rettori di poteri da pater familias e, tra le altre cose, l’abolizione del collegio unico di disciplina presso il Consiglio universitario nazionale. Questi limiti – continuano i ricercatori della Rete – li abbiamo denunciati a voce alta e bassa, senza essere ascoltati: adesso assistiamo a esiti come questo, che non è il primo e non sarà l’ultimo effetto malato di una legge balorda».

 

[Foto di Foxtongue] 


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