Nebrodi, le reazioni agli arresti dei presunti boss I sindaci divisi tra esultanze e silenzi imbarazzati

«Adesso possiamo valorizzare i boschi in maniera più serena». È questo il commento a caldo del sindaco di Troina, Fabio Venezia, a poche ore dalla notizia dei nove arresti di presunti esponenti delle cosche mafiose attive sui Nebrodi. Con interessi nei terreni del Parco che, secondo la magistratura, sarebbero stati usati negli anni per attirare illecitamente fondi pubblici, che – fino al momento della sottoscrizione del cosiddetto protocollo Antoci – venivano ottenuti senza bisogno di attestare la documentazione antimafia. E grazie soprattutto a concessioni demaniali in passato elargite dalle istituzioni senza bandi pubblici. 

Storie che nell’ultimo anno sono finite più di una volta al centro dell’attenzione, specialmente dopo l’agguato al presidente Giuseppe Antoci del maggio scorso. Punta massima del nervosismo che avrebbe caratterizzato la criminalità organizzata dei Nebrodi, caratterizzato anche dai tentativi dei clan di mettere le mani sui terreni dei privati, dopo aver perso quelli demaniali. Azioni che sarebbero all’origine degli arresti di Salvatore Catania e Giovanni Pruiti, rispettivamente presunti reggenti delle cosche di Bronte e Cesarò. Con il primo che avrebbe gestito il potere criminale anche nei territori di Maniace, Centuripe, Cerami, San Teodoro e Troina. 

«Dopo la revoca delle concessioni sospette fatta dal nostro Comune e dal Parco dei Nebrodi – commenta Venezia a MeridioNews – l’azione delle forze dell’ordine e della magistratura conferma che occorreva dare un taglio. Con i capi di queste cosche in carcere, promuovere il territorio è più facile. È chiaro – sottolinea il primo cittadino di Troina – che gli imprenditori agricoli onesti potranno operare con più tranquillità». Questo perché aver tolto il controllo dei terreni di per sé non bastava. «Sapere che erano liberi di girare di certo non trasmetteva serenità», chiosa.  

Soddisfazione è espressa anche da Antoci, che ringrazia i carabinieri di Messina, Santo Stefano di Camastra e Catania, oltre che la Direzione distrettuale antimafia etnea. «È stato inferto un altro duro colpo alla mafia – dichiara il presidente del Parco dei Nebrodi -. Noi eravamo riusciti a disarcionare gli interessi economici delle famiglie mafiose, le forze dell’ordine hanno messo un freno alle estorsioni e alle minacce contro i terreni privati. Avevamo anticipato un comportamento del genere da parte dei clan – continua – e i magistrati sono intervenuti per tempo. I mafiosi sono andati fuori di testa quando hanno visto che siamo riusciti a toglierli soldi e terreni». Antoci poi annuncia che il 23 febbraio si recherà a Roma. «Sarò a Montecitorio per presentare la proposta di legge che allarga il protocollo a tutta Italia, facendolo diventare legge dello Stato». 

Di molte meno parole è invece il sindaco di Cesarò, Salvatore Calì, finito nel mirino delle critiche dopo l’attentato ad Antoci per alcune dichiarazioni in cui dubitava della matrice mafiosa dell’agguato. MeridioNews ha contattato il primo cittadino già ieri, pochi minuti dopo la pubblicazione della notizia degli arresti, ma Calì si è trincerato dietro un no comment, dichiarando di non essere a conoscenza dell’operazione: «Mi sta meravigliando questa notizia». Ma, dopo un anno, ha forse cambiato idea sulla eventuale presenza della mafia a Cesarò? «Non ho idea di cosa vuole dire», taglia corto. Questa mattina il secondo tentativo, con Calì che alla richiesta di un commento, prima di riattaccare, risponde con un laconico. «Sì, ho saputo, ma sono impegnato. La saluto».


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