L’architettura del segnale: così La Vardera usa il brand civico per conquistare il centrosinistra

In un memorabile saggio sulla semiotica della manipolazione, Umberto Eco ricordava come la politica contemporanea abbia progressivamente attribuito un peso crescente alla costruzione dei simboli e della comunicazione. Non sorprende, dunque, che l’ultima iniziativa di Ismaele La Vardera, la sua adesione al cosiddetto Progetto Civico Italia in collaborazione con l’assessore romano Alessandro Onorato, possa essere letta anche come un’operazione fortemente legata alla dimensione comunicativa, nella quale la forza del messaggio rischia di prevalere sulla definizione dei contenuti e degli obiettivi concreti.

Si tratta di un fenomeno di comunicazione politica che merita attenzione: la trasformazione di un percorso personale e politico in una proposta presentata come «istanza territoriale», con il tentativo di intercettare esigenze e aspettative di una parte dell’elettorato.

La fisica dei contenitori vuoti e la nomenclatura del Civismo

Ci si domandò un tempo se fosse possibile costruire una cattedrale senza pietre, basandosi unicamente sul consenso di chi guarda la mappa. Progetto Civico Italia, almeno per come è stato presentato nelle cronache romane, sembra voler raccogliere questa sfida. In questa cornice, La Vardera porta il suo movimento, Controcorrente, all’interno di una rete di realtà civiche che ambisce ad assumere una dimensione nazionale, puntando su una narrazione capace di valorizzare il progetto oltre i confini locali.

Da questa operazione prende forma un nuovo assetto organizzativo, con La Vardera indicato fin da subito come presidente nazionale del progetto. Una scelta che richiama quelle costruzioni politiche nelle quali la definizione di ruoli e incarichi precede il consolidamento di una reale presenza sul territorio. In questa prospettiva, la dimensione comunicativa assume un ruolo centrale: la presentazione pubblica del progetto e la sua visibilità mediatica contribuiscono a rafforzarne la percezione, anche quando il percorso di radicamento è ancora nelle fasi iniziali.

La sindrome di Simenon e il miraggio della Presidenza

Perché celebrare questa liturgia laica nei sacri palazzi di Montecitorio se il fine ultimo risiede a Palazzo d’Orléans? La risposta risiede in quella che potremmo definire la «tattica della deviazione del segnale».

Per imporsi al tavolo delle trattative con le vecchie volpi del centrosinistra siciliano, i quali, va detto, da tempo vivono in uno stato di catatonia strategica, non si usano le tesi di laurea sui bilanci regionali né i modelli di sviluppo socio-economico per l’Isola. Si usa la minaccia del brand. Lanciare la propria candidatura alla presidenza della Regione Siciliana sventolando un blasone confezionato a Roma è un’operazione dal sapore squisitamente machiavellico, ma di un Machiavelli riletto attraverso i fascicoli del Guerrin Sportivo. Si spaventa la coalizione di appartenenza ostentando una legittimazione romana per trattare, in realtà, un prezzo più alto nel botteghino delle candidature locali.

L’iperrealtà della protesta ed il destino del significante

Il dramma del civismo trasformato in palcoscenico è che esso soffre della medesima patologia dell’iperealtà descritta da Baudrillard: la copia diventa più reale dell’originale. La retorica della «restanza», del «riscatto giovanile» e della «lotta al sistema» viene processata, digerita e restituita sotto forma di spot da trenta secondi. Il martellamento comunicativo sostituisce la fatica del pensiero complesso, la vertigine dell’invettiva prende il posto della praxis amministrativa.

Quando si spengono i riflettori sul palcoscenico, quando i microfoni delle emittenti nazionali vengono riposti nelle loro custodie di pelle e la carovana mediatica si sposta verso il prossimo scandalo di stagione, sulla Sicilia resta il consueto, atavico silenzio. Un silenzio che non si cura con i titoli auto-assegnati o con le federazioni nate a tavolino nei corridoi della Camera, ma con quella faticosa, oscura e spesso ingrata materia che i filosofi chiamavano politica e che qui appare ormai irrimediabilmente ridotta a un costume di scena.


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