What is left?, quattro idee a confronto «La sinistra è lontana dalla società»

Il lavoro, la carta igienica bio, la vittoria mai avvenuta sulla destra. Temi distanti, eppure così vicini, nell’ultimo anno degli elettori di sinistra italiani. Tutti racchiusi in What is left?, documentario nel pieno stile dei due registi, Gustav Hofer e Luca Ragazzi, tra scene di vita quotidiana, ricordi di gioventù – dagli Intillimani ad Alexander Langer – e interviste, proiettato ieri sera in anteprima per Catania al cinema King. Un viaggio all’interno della base del principale partito di sinistra italiano, il Pd, in cui a regnare è la confusione e a moltiplicarsi sono le domande: sui valori, sugli obiettivi, sui mezzi per raggiungerli. Quesiti a cui hanno cercato di rispondere nel dibattito successivo al film cinque ospiti: il regista altoatesino Gustav Hofer; Luciano Granozzi, docente di Storia contemporanea all’università di Catania; Antonia Cosentino, giornalista e tra le fondatrici del movimento femminista etneo Levoltapagina; Matteo Iannitti, fondatore del movimento studentesco catanese ed ex candidato sindaco di Catania con Catania Bene Comune; Livio Gigliuto, presidente dei giovani democratici siciliani e tra i fondatori del comitato catanese per Matteo Renzi. Coordinati da Rossana Sampugnaro, docente di Sociologia dei fenomeni politici a Unict e Salvo Catalano, vicedirettore di CTzen.it.

Modi diversi di intendere la politica, diverse risposte alla domanda che sta alla base del film: cosa significa essere di sinistra oggi? «Noi non abbiamo risposte, ma abbiamo voluto raccontare la confusione dell’elettore di sinistra che ha di certo aiutato Beppe Grillo», premette Gustav Hofer, presente al dibattito. «L’altruismo, che è più forte dell’egoismo – risponde per primo Gigliuto – Perché, se peggiorano le condizioni personali, peggiora anche quella generale». «Per me essere di sinistra non significa vincere sulla destra, ma stare dall’altra parte – prosegue il dibattito Matteo Iannitti – Cercando giustizia e non pace sociale». «Nel film vedevo spezzoni video dei cortei degli anni ’70 dei lavoratori e delle donne. Io mi riconosco in quelli – dice Antonia Cosentino – Non nella sinistra in parlamento ma in quella dei movimenti, che lavora sul territorio». Visioni giovani, in parte contraddette da Luciano Granozzi, che le battaglie dello storico 1968 le ha vissute in prima persona. «El pueblo unido io l’ho cantato per la prima volta, non l’ho visto su Youtube – scherza – Per evitare la nostalgia nei confronti di quello che si è perso voglio ricordare che alcune cose era bene perderle, altre erano già perse. Già negli anni ’70 la sinistra aveva idee perdenti».

E oggi non sembra essersi ancora adeguata. «Bisogna pensare agli ultimi, ma gli ultimi con il tempo cambiano», spiega Gigliuto, riferendosi non più solo ai lavoratori ma anche ai piccoli imprenditori. Una «distanza tra elettori e apparato partitico» provata in prima persona dai registi e notata durante la realizzazione del documentario, come racconta Hofer. «Qual è allora l’elemento mancante di questo contenitore che chiamiamo sinistra per renderlo di nuovo in grado di sintonizzarsi con la società?», chiede Rossana Sampugnaro. «Siamo pesanti, noiosi, tecnici – risponde il regista – Servono autoironia e uguaglianza, come base di ogni politica». Ma anche «speranza e curiosità, come i bambini, e il coraggio di uscire fuori per strada a prendersi gli insulti», aggiunge Gigliuto. «Eppure bisogna andare oltre l’uguaglianza – risponde Cosentino a Hofer – Rivalutando le differenze, nel senso positivo e ricco del termine».

«A mancare è un modello di sviluppo, una prospettiva, un’idea di società che ti renda rivoluzionario – continua Iannitti – In una parola, manca la rivoluzione». «Ma quando mai la sinistra comunista in Italia è stata rivoluzionaria? – ribatte Granozzi – Semmai è stato un movimento democratico che si è battuto con una grande forza per i diritti». Un risultato non da poco, ancora raggiungibile appena ieri ma mancato, secondo il pubblico: «Alle elezioni era in gioco un momento di svolta in cui si poteva davvero pensare di governare l’economia e la finanza, la tecnocrazia europea. Era una possibilità e noi l’abbiamo persa».

«Con un governo solo Pd, secondo voi l’Italia andrebbe meglio?». Un quesito che si ricollega a quello di Sampugnaro sulla valutazione delle strutture-partiti e della democrazia. «Io sto in un partito che su strumenti democratici ha fondato tutto – risponde Gigliuto – Le primarie possono piacere o no, per me spesso generano cooptazione, ma sono uno strumento reale e che andrebbe esteso a tutti i gruppi». «Sì, se il Pd e tutti i partiti facessero lo sforzo di ascoltare di più la società civile», sottolinea Cosentino, a cui fa eco Iannitti che definisce un vero governo di sinistra come un luogo dove «si mettono in discussione i vincoli di bilancio e gli obblighi internazionali che oggi legano la politica». «Resta molto da fare, a sinistra come a destra, e la legge elettorale da sola non può cambiare la società – conclude Granozzi – Certo, meglio un governo del Pd che uno di Silvio Berlusconi. È come se lo chiedessi in America, c’è un’appartenenza di campo. Poi, se Obama non piace, lo si critica».


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