Bellolampo, processo per gli sversamenti di percolato  Scagionati gli imputati in Appello, prescritto Colimberti

Si conclude con un nulla di fatto il processo per disastro ambientale, avvelenamento di acque, deposito incontrollato di rifiuti, discarica abusiva e traffico di rifiuti che vedeva imputati, tra gli altri, l‘ex sindaco di Palermo Diego Cammarata. In appello sono stati dichiarati prescritti i reati contestati all’unico imputato condannato in primo grado: Orazio Colimberti, ex direttore generale dell’Amia. Colimberti aveva avuto tre anni. Per il resto la corte ha confermato la sentenza del tribunale che aveva in parte assolto, oltre a Cammarata, i vertici e una serie di funzionari dell’Amia, la società che gestisce la raccolta dei rifiuti, e in parte dichiarato prescritte le accuse loro rivolte. L’indagine aveva ad oggetto lo sversamento di percolato nella discarica di Bellolampo. 

Oltre all’ex sindaco e a Colimberti, era imputato l’ex liquidatore dell’Amia Gaetano Lo Cicero, difeso dall’avvocato Fabrizio Biondo, a cui era stato contestato anche l’abuso d’ufficio. Secondo i pm avrebbero rimosso illegittimamente il direttore della discarica, Giovanni Guicciardi, contrario alla gestione dei vertici Amia. Imputati anche l’ex presidente del consiglio di amministrazione della società, Vincenzo Galioto, l’ex direttore generale dell’Amia Nicolò Gervasi difeso dall’avvocato Giuseppe Piazza, e i tecnici della società Aldo Serraino, Pasquale Fradella, Antonino Putrone, Fabrizio Leone, Luigi Graffagnino e Mario Palazzo. Tutti scagionati dal tribunale. 

Il procedimento nasce da un’inchiesta sullo sversamento di percolato e la sua infiltrazione nelle falde acquifere nella discarica di Bellolampo. Nel 2013 la discarica fu anche sequestrata. Al centro dell’indagine, la formazione dell’enorme lago di percolato, il liquido rilasciato dai rifiuti altamente inquinante, che si è formato nell’impianto di smaltimento palermitano di Bellolampo. Dalle analisi chimiche era emerso che il percolato si era infiltrato nelle falde acquifere e in quattro pozzi privati della zona in cui vennero trovate tracce di solfiti, nitrati e metalli. Il liquame, inoltre, tracimato a valle, avrebbe inquinato il torrente Celona che alimenta il canale Passo di Rigano, le cui acque finiscono nel mare del quartiere Acquasanta.


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