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Parlami dell'outfit dei matrimoni

Mattia Iachino Serpotta e le sue considerazioni riguardo al dresscode in occasioni nunziali. L'uomo in preda alla scelta delle sue cravatte. E la donna che sfodera tutto il suo attentissimo spirito di osservazione. E non ditele mai che l'abito della sposa è «bianco»

Mattia Serpotta

Un confronto all’americana delle foto di un uomo negli ultimi dieci matrimoni dà risultati sovrapponibili, non solo sul piano dell’intelligenza espressiva, ma anche in chiave stilistica. 

Un uomo è, come nella vita, lo stesso del matrimonio precedente, ma con una cravatta diversa. Questa fiera dell’accessorio è, però, frutto della massima casualità. Un uomo, infatti, può arrivare a mettere la stessa cravatta in almeno due matrimoni, sempre in un campione rappresentativo di dieci.

Ma solo perché non ricorda quelle indossate nei precedenti. L’uomo è quindi, dal punto di vista estetico, soggetto al caso. Non ricordarsi come era vestito al matrimonio precedente, rende in definitiva impossibile preoccuparsi di come saranno vestiti gli altri uomini al matrimonio successivo. 

La frase «non ho nulla da mettermi», pronunciata da una donna davanti a un armadio pieno di vestiti, è invece pura retorica. Le donne indossano stati d’animo, e modi di essere, non pezzi di stoffa. Gli abiti le denudano agli occhi degli altri, dicono tutto di loro, stravolgendo il livello della competizione. Un vestito serve quindi a distinguersi da un’altra donna, a tirarsi i capelli davanti gli specchi dei bagni, non certo a produrre sguardi di ammirazione negli uomini: altrimenti, le donne andrebbero in giro con la maglia del Barcellona. 

I matrimoni le mettono le une contro le altre, consumando dialoghi ad alto tasso di ipocrisia, in cui tutto si minimizza per essere amplificato. «Ma che bello questo vestito». ‒ «Grazie, non è niente di che. L’ho preso con gli sconti in un negozietto a Taormina». «Anche le tue scarpe sono meravigliose». «Sei molto gentile. Ma sono solo dei sandali. L’ho comprati in una bancarella in Andalusia»

Non è vero niente. Ipocrite. Ognuna ha speso almeno 400 euro e pensa che l’altra sia vestita di merda. Le donne osservano, giudicano e, soprattutto, ricordano tutto: abiti, scarpe, borse, acconciature, cappelli, orecchini, braccialetti, collane, colori, trucchi, rossetto, smalto alle mani e ai piedi. Quest’eccitamento critico dell’attenzione verso le altre donne provoca un’ipereccitazione critica verso sé stesse. Ecco perché qualsiasi donna impiegherà almeno dieci matrimoni per dimenticare l’abito di un’altra donna. Ecco perché non indosserà mai lo stesso vestito in occasioni diverse. L’abito della sposa merita quindi un discorso a parte. Cinquemila euro per un preservativo di seta che indossi una sola volta, e poi lo butti nel cesso. Se lo dici a una donna, sei superficiale, rozzo, cinico: «Com’era il vestito della sposa?». ti chiede lei.  «Mah, bianco», ‒ rispondi tu. «Ma come bianco? Non vuol dire niente bianco», insiste lei. 

E questo perché, quando parli del colore di un abito da sposa con una donna, è come dipingere una parete. Non esiste in natura quello che pensavi fosse il bianco. Esistono solo le sue sfumature: bianco ottico, avorio, bianco panna, crema, perla, champagne, écru, bianco liquido seminale. Ma, ripeto, non esiste il bianco bianco.

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Questo pezzo è un estratto del libro La gente non stanno bene di Mattia Iachino Serpotta.

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