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Reddito di cittadinanza, contratti farlocchi e sfruttamento
I nodi del settore turistico: «A 38 anni non faccio lo schiavo»

Il movimento Oltre la Piazza ha messo insieme le storie dei lavoratori stagionali del settore. Ultimamente presi di mira e bollati come fannulloni coccolati dalle misure economiche di sostegno. I diretti interessati non accettano l'etichetta

Pamela Giacomarro

Foto di: ESR LAW

Foto di: ESR LAW

Li hanno definiti i fannulloni del reddito di cittadinanza. È l’esercito degli stagionali: gli introvabili, secondo il nuovo tormentone estivo. Si lamentano gli imprenditori: "impossibile trovare cuochi, camerieri, barman e lavapiatti” e puntano il dito contro i sussidi. Ma è davvero così? I lavoratori non ci stanno a essere definiti scansafatiche e rimandano tutte le accuse al mittente. «Il lavoro c’è ma con contratti e stipendi ridicoli. Per fare il cameriere in un agriturismo, con contratto part-time, mi hanno offerto circa 800 euro al mese. Mi hanno detto pure che,  abitando vicino il posto di lavoro, non avrei neanche speso tanto di benzina. Ho risposto che ho esperienza, parlo bene inglese, spagnolo e olandese, ho due persone a carico e non avrei accettato, non perché percepisco il reddito di cittadinanza, ma perché a 38 anni non faccio lo schiavo». 

È una delle tante storie raccolte dal movimento siciliano Oltre la Piazza, nato da un’idea di volontari e attivisti e che riunisce i lavoratori stagionali del settore turistico. Dopo le accuse lanciate nei loro confronti hanno deciso di raccontare la loro verità invitando gli iscritti a rendere pubbliche le storie. In poco tempo sono migliaia le e-mail e i messaggi ricevuti da tutta Italia. «Ovviamente - tengono a precisare dal movimento - gli imprenditori seri ci sono. Ma una buona parte non offre contratti e paghe serie danneggiando anche chi opera attuando quanto previsto nel contratto nazionale di lavoro». 

Leggendo alcune delle storie, il filo conduttore è sempre lo stesso: sfruttamento, contratti part-time ma solo sulla carta, fuori busta, orari improponibili e alloggi fatiscenti. «Ho lavorato in un ristorante, sia a pranzo che a cena - racconta una cameriera - quattordici ore al giorno di servizio con un contratto part-time firmato solo un mese dopo aver iniziato. Solo mezza giornata libera a settimana per 950 euro al mese e sistemazione in un seminterrato con altre nove persone». 

A un ragazzo è stato invece proposto un lavoro da receptionist per otto ore al giorno ma «nel contratto ne sarebbero apparse solo quattro» per sei giorni ad 800 euro al mese. «Mi è stato esplicitamente detto che in questo periodo di crisi pagano meno contributi». Il mese in prova in nero è invece quanto proposto ad una ragazza che, su consiglio di un’amica, si è presentata ad un colloquio in una rosticceria. «Il titolare - sottolinea - mi ha spiegato che mi sarei dovuta occupare del servizio ai tavoli, le pulizie delle vetrine, la toilette. Tutti i giorni, otto ore, anche dieci, per 500 euro al mese. Finito il periodo di prova forse mi avrebbe messa in regola e aumentato lo stipendio di 100 euro». Secondo quanto previsto dal contratto nazionale la paga totale del cameriere di quinto livello, il più diffuso, è di 1444,22 euro al mese

Il contratto stagionale, quindi a termine, da diritto alla precedenza di riassunzione l’anno successivo. L’orario di lavoro, in tutto il settore del turismo è 40 ore settimanali, esclusi gli stabilimenti balneari che possono applicare un orario di 44 ore, le ore in più sono lavoro straordinario e si ha diritto ad una maggiorazione della paga di quelle ore del 30 per cento. Se il contratto prevede oltre le 40 ore, sono previsti i riposi compensativi. Queste le regole basilari che però secondo i dati relativi al 2020 dell’Ispettorato del lavoro sono state applicate dal 26 per cento delle aziende.

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