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Guido Catalano, il poeta rock

L’autore del nuovo libro Fiabe per adulti consenzienti ci parla del suo rapporto con le donne e con la musica. Ma anche di ansie, ottimismo e speranza

Paolo Mei

Anche questa volta sconfiniamo dai territori musicali per affacciarci ad altro, ma senza perdere quel filo conduttore che ci tiene legati alla musica. Già, perché quando si parla di Guido Catalano si parla si di poesia, ma la musica rimane un elemento assai fondamentale, come lui stesso conferma parlandoci del suo nuovo libro Fiabe per adulti consenzienti (Rizzoli), che ci sentiamo di suggerire vivamente a quanti non conoscono ancora la sua ironica, amabile e geniale poetica, capace di rapirti, strapparti un sorriso, sorprenderti piacevolmente.

«E ribadendolo approfitto per rimarcare quanto sia importante dire a una donna bellissima quanto è bellissima». Nelle tue poesie la figura della donna è dominante ed è spesso vista quasi come una dea. Qual è il tuo rapporto con le donne nella vita reale?
«Non è tanto diverso dal rapporto che ho nella vita creativa, nel senso che quello che scrivo spesso sembra eccessivo, sembra che le donne che invento non esistano e in effetti non esistono, sono una somma di caratteristiche di donne che ho conosciuto o che ho sognato. Però la verità è che più che scrivere di donne scrivo del rapporto tra uomo e donna, tra me e le donne. Ho iniziato la mia carriera amorosa e sessuale con una certa difficoltà. Ho impiegato parecchio a capire che anch’io ce la potevo fare in questo mondo. E questa cosa ha influenzato il mio modo di scrivere da subito, perché cercavo di capire, scrivendo, come funzionasse. E devo dire che mi ha aiutato parecchio, perché oggi il mio rapporto con le donne è migliorato, è diventato normale, non sono più quel nerd che sono stato».

A proposito di rapporti, quello con la musica, dalle poesie alle collaborazioni, fino a certi contesti in cui vieni spesso invitato, sembra essere un rapporto molto stretto. Ti ci ritrovi nella definizione di poeta rock? O pop se preferisci.
«Mi ci ritrovo tantissimo. La musica mi ha accompagnato fino a oggi: la collaborazione con i musicisti, con i cantautori è fondamentale. La musica l’ho usata tanto anche sul palco, è fonte d’ispirazione. Quando mi chiedono quali siano le mie fonti d’ispirazione ci si aspetta che io parli di poetica e invece cito cantautori. Nella mia scrittura la canzone italiana è fondamentale, ma anche il rock e il pop sono una parte importante nel mio percorso. Faccio spesso spettacoli in luoghi dove normalmente si suona, e li preferisco rispetto agli ambienti letterari. Anzi, direi che conosco più musicisti che scrittori».

Nel tuo ultimo libro c’è una poesia dal titolo Fiaba del giullare che non faceva più ridere nessuno. Ti spaventa l’idea che quel giullare un giorno possa essere tu?
«Sicuramente questa è una delle paure che ha chi scrive, a prescindere dall’elemento comico che mi contraddistingue, un po’ come la paura della pagina bianca dello scrittore che non riesce più a scrivere o della tela o dello spartito. È una paura che un po’ ti accompagna sempre e più si va avanti e più questa paura c’è, magari di non funzionare più, il terrore di fare uno spettacolo e che non viene nessuno a vederti o che le tue cose perdano quell’anima che hanno sempre avuto. Ma io credo che sia giusto averne un po’, senza entrare nella fobia perché altrimenti ti blocchi».

Anche il tuo lavoro ha risentito e sta risentendo degli eventi recenti. Descrivi il tuo ultimo anno in 3 aggettivi/sostantivi.
«Ansia, ho avuto dei momenti di ansia, però anche ottimismo. Io sono un ottimista naturale, quindi l’ottimismo ha combattuto l’ansia e la storia lo sta dicendo perché non mi sono ancora buttato dalla finestra. E speranza. Diciamo che l’ansia è rimasta chiusa tra l’ottimismo e la speranza».

(credits foto: Damiano Andreotti)

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