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Siracusa, donna morta sbalzata fuori dal bus dell'Ast
Condannato autista a un anno e mezzo, pena sospesa

Margherita Canistrelli è morta nel 2007, dopo giorni di agonia. «Non è una sentenza eclatante - commenta il marito Luciano Mirabella a MeridioNews - ma ho avuto la soddisfazione di avere giustizi»a. Assolto il dirigente dell'azienda siciliana trasporti

Marta Silvestre

«Non è una sentenza eclatante ma, dopo 12 anni, almeno ho avuto la soddisfazione di avere un po' di giustizia». Sono queste le parole di Luciano Mirabella a MeridioNews dopo la sentenza con cui la giudice del tribunale di Siracusa Federica Piccione ha condannato per omicidio colposo a un anno e sei mesi di reclusione (con pena sospesa) e al pagamento delle spese processuali Antonio Aglieco, l'autista del bus navetta dell'Ast da cui fu sbalzata Margherita Canistrelli, moglie di Luciano, morta dopo giorni di agonia il 10 ottobre del 2007. Assolto, invece, il dirigente dell'Azienda siciliana trasporti Giovanni Vaiola che era accusato di omesso controllo degli accorgimenti di sicurezza del mezzo pubblico. «Credo sia giusto così - aggiunge il marito - perché non penso che il dirigente abbia responsabilità nella dinamica che ha portato alla morte di mia moglie». 

Insegnante dell'istituto comprensivo di via dei Mergulensi in Ortigia, Canistrelli stava facendo rientro a casa dopo le lezioni a bordo di un autobus urbano che collegava il capolinea di via Rubino con Ortigia. La navetta, però, era in movimento con le porte aperte. La donna, che aveva 47 anni, è stata sbalzata fuori all'altezza del molo Sant'Antonio e scaraventata per terra battendo la testa. Le gravi lesioni riportate dopo l'impatto con l'asfalto la portarono alla morte dopo dieci giorni di agonia. Dopo 29 udienze, adesso arriva la sentenza di primo grado. «È vero che un anno e sei mesi non possono pagare la vita di una persona - afferma Mirabella - ma è già qualcosa se penso che c'è stato il rischio che tutto il procedimento andasse in prescrizione». La data ultima era, infatti, aprile 2020. 

«Non ho mai smesso di chiedere giustizia, nonostante siano state 25 le udienze rinviate, una dietro l'altra - ripercorre il marito - per malattia o sostituzione del giudice e anche perché i testimoni non si presentavano mai». Dopo il rinvio a giudizio, tutto sembrava essersi arenato. Mirabella, per fare in modo che non si spegnessero i riflettori sulla morte della moglie, ha anche scritto lettere al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al Consiglio superiore della Magistratura, alla procura generale della Corte di Cassazione e all’ispettorato generale del ministero della Giustizia. «Insieme a una delegazione dell'associazione Vittime riunite d'Italia (Avri) e al presidente Angelo Bertoglio, sono andato anche alla presidenza del Senato dove ho raccontato all'ex ministro della Giustizia Nitto Francesco Palma tutta la vicenda».

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