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Notte san Silvestro, i rischi legati all'uso dei botti
Chirurgo: «Non avere una mano ti cambia la vita»

Rosario Perrotta è il direttore dell'unità operativa complessa di Chirurgia plastica del Cannizzaro, ormai punto di riferimento per il Sud. Ogni capodanno la sua equipe alza il livello d'allerta. La testimonianza a MeridioNews di un familiare di un paziente

Simone Olivelli

«Qualche tempo fa ho rivisto un giovane, ormai trentenne, che avevo curato quando era adolescente. Mi raccontava di come fossero cambiati i suoi progetti dal momento in cui non aveva più avuto una mano». La voce è di Rosario Perrotta, il direttore dell'unità operativa complessa di Chirurgia plastica all'azienda ospedaliera Cannizzaro di Catania. Insieme a quattro dirigenti medici e un gruppo di specializzandi, rappresenta un punto di riferimento per l'intero Meridione nel campo della chirurgia della mano. Un'attività che non si ferma mai, ma che durante la notte di san Silvestro finisce al centro dell'attenzione per i casi di traumi da scoppio legati ai botti usati per festeggiare il nuovo anno. 

«Siamo reperibili ogni giorno, perché questo genere di traumi può avvenire per motivi diversi, ma chiaramente quella notte saremo ancora più in allerta - dichiara Perrotta a MeridioNews -. Negli ultimi anni, forse anche per via della prevenzione e delle attività di sensibilizzazione, i dati sono in calo ma è ancora presto per stabilire se ci sia un'inversione di tendenza. Storicamente le statistiche hanno avuto un andamento irregolare». Responsabile del coordinamento urgenze mano in Italia (Cumi), da tempo Perrotta con la sua equipe è riconosciuto come punto di riferimento di una branca della medicina che qualche decennio fa non esisteva dalle nostre parti. «A metà anni Ottanta bisognava prendere l'aereo e andare al Nord per ricevere le cure, oggi invece riceviamo casi anche da fuori Sicilia - continua -. Un anno ricordo che quasi contemproaneamente arrivarono sette o otto pazienti e dovemmo allestire due equipe di sala operatoria».

Le conseguenze legate all'esplosione di un petardo in mano sono spesso sottovalutate. Un aspetto questo che negli anni il professore ha avuto modo di comprendere parlando con le persone che ha curato. «Ritrovarsi senza una mano, ma anche senza poche dita se tra queste c'è il pollice, cambia inevitabilmente il modo di vivere, ma anche gli obiettivi che si vogliono raggiungere - racconta -. Quello dei traumi da scoppio è particolare: oltre allo spargimento delle schegge, si creano traumi da compressione nei tessuti molli che determinano microtraumi all'interno dell'arterie, che al loro volto, sul lungo periodo, possono portare a trombosi». 

Dopo ogni incidente si fa sempre riferimento alla prevenzione. Passi avanti ultimamente ne sono stati fatti, con attività rivolte alle scuole che hanno visto protagonisti anche le stesse vittime o i loro familiari. «Parliamo di un divertimento che attira ragazzi e adulti, ma la sensibilizzazione deve puntare soprattutto sugli adolescenti che spesso non hanno le conoscenze necessarie per maneggiare questi oggetti, oltre che la consapevolezza dei rischi che si corrono - va avanti Perrotta -. Siamo andati negli istituti insieme agli artificieri che hanno spiegato come tante volte i pericoli più grossi si corrano durante la giornata dell'1 gennaio, prendendo da terra petardi inesplosi ma con la miccia già consumata. Senza contare - sottolinea il professore - quelli che vengono comprati nel mercato illegale, dove si trovano botti realizzati senza rispettare i requisiti minimi di sicurezza». 

Tra chi ha portato la propria testimonianza c'è anche Antonino Oliva, santantonese padre di un ragazzo, oggi 15enne, che due anni fa ha subito l'amputazione di due dita. «L'incidente a mio figlio è capitato dopo avere portato a casa un petardo trovato nel campo di calcio, ma il tema non cambia - commenta -. Grazie all'associazione Punta al cuore ho avuto la possibilità di iniziare a girare per le scuole e raccontare la nostra storia. Mio figlio in passato amava i fuochi d'artificio, aveva una vera passione. Ora le cose sono cambiate». Il ragazzo, che ha superato il trauma, oggi è esempio concreto di ciò che si rischia lasciandosi trascinare dall'imprudenza. «Anche i suoi amici hanno iniziato a guardare con diffidenza ai botti - rivela l'uomo, da 40 anni volontario della Misericordia -. L'auspicio è quello di potere continuare nei prossimi anni l'attività di sensibilizzazione e fare capire ai giovani che a capodanno ci si può divertire tanto, anche se usare i petardi e mettere a repentaglio la propria incolumità».

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