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«Quel quadro è infamante per la città di Messina»
Il dipinto seicentesco divide il consiglio comunale

Messi da parte i gravi problemi del capoluogo, i capigruppo hanno messo all'ordine del giorno la possibilità di rimuovere l'opera dell'artista Giordano. Che rappresenta Messina punita dopo la rivolta antispagnola. «È umiliante», attaccano i detrattori

Simona Arena

Una querelle nata all’ombra di un quadro che da anni campeggia nell’aula consiliare di Messina. Stiamo parlando del dipinto Allegoria della restituzione di Messina alla Spagna, che da decenni fa parte dell’arredo di Palazzo Zanca ma che puntualmente, da un po' di tempo a questa parte, finisce nel mirino dei detrattori. «Umiliante e infamante» per la città dello Stretto. Questa è l'accusa ricorrente da parte di politici e appassionati di arte. L'ultima in ordine di tempo è stata la vicepresidente del consiglio comunale Serena Giannetto, del Movimento 5 stelle, che dal momento del suo insediamento si è intestata la battaglia per la sua rimozione. «Questo dipinto rappresenta la morte civile della nostra città», attacca. 

L'opera fu commissionata all'artista Luca Giordano pochi anni dopo la sconfitta di Messina nella rivolta antispagnola del 1674-78 e rappresenta la città punita dopo la ribellione alla monarchia iberica. Messina è raffigurata come una donna nuda privata dei privilegi. «Infamante - ribadisce la consigliera Giannetto -, quella donna simboleggia Messina presa a calci da un soldato spagnolo. Ma nel quadro c’è anche l’anziano con una clessidra in mano che rappresenta il tempo: ovvero la città tornata a essere di nuovo schiava e serva della Spagna». 

E così i capigruppo in consiglio comunale, messi da parte i problemi che attanagliano il capoluogo peloritano, hanno fatto del quadro l'oggetto dell'ultima riunione, durante la quale il dipinto è stato difeso da un altro consigliere, Salvatore Sorbello. Che ha esposto la tesi per cui l'Allegoria va ben oltre la disputa tra Messina e Spagna, perché ispirata da un sonetto dello scrittore seicentesco Giuseppe Artale e rappresenta una scena pagana con Marte, Venere e Crono. Motivazioni non sue, ma prese in prestito da uno scrittore messinese, Alessandro Fumia. 

Ad onor del vero la vicepresidente pentastellata è solo l’ultima in ordine di tempo a sentirsi offesa dal dipinto. Otto anni fa a chiedere che venisse rimosso era stato l’ex consigliere comunale Tanino Caliò. Nel 2014 l’architetto Nino Principato, dipendente comunale, scrisse un’accorata e dettagliata lettera. Un anno dopo il presidente della commissione consiliare cultura Piero Adamo, l’associazione Vento dello Stretto, e lo storico Franz Riccobono reiterarono la richiesta. Ma finora il dipinto di Giordano ha resistito al suo posto. Non è detto però che riuscirà a superare indenne anche l'ultimo assalto. 

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