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Migranti: salvati 808, centinaia riportati in Libia
Ong: «Inaccettabile vederli tornare nell'inferno»

Violenze con cavi elettrici e stupri. «Eravano proprietà di un unico boss». I sopravvissuti raccontano quanto subito prima di rischiare la vita in mare. Sos Mediterranee attacca l'accordo tra Italia e paese nordafricano: «Noi costretti ad osservare impotenti operazioni che conducono a rimandare in Libia». Domani sbarco a Catania

Redazione

Foto di: Sos Mediterranee

Foto di: Sos Mediterranee

Oltre 800 persone soccorse in quattro giorni. Sulla nave della ong Sos Mediterranee i migranti recuperati nel canale di Mediterraneo festeggiano per essere salvi e raccontano le violenze e le atrocità subite in Libia, lì dove, se non fossero stati intercettati dalla ong, sarebbero tornati, a seguito dell'accordo tra Italia e quello che è indicato come il governo ufficiale del Paese nordafricano. 

Altri infatti non sono stati altrettanto fortunati. «Abbiamo individuato un gommone che sapevamo, considerate le condizioni meteo e le condizioni dell’imbarcazione stessa, poteva rompersi e affondare da un momento all’altro - racconta Nicola Stalla, coordinatore dei soccorsi di Sos Mediterranee, in riferimento a quanto accaduto venerdì -. Siamo rimasi pronti ad intervenire con il nostro team di soccorritori e il nostro equipaggiamento professionale. Durante le quattro ore di stand-by le condizioni meteo sono peggiorate aumentando così il rischio di naufragio. Eravamo pronti a lanciare le operazioni di soccorso in ogni momento».

Secondo quanto riferito dalla ong, l’equipaggio dell’Aquarius rimasto a distanza, rispettando le istruzioni ricevute dalle autorità italiane e per motivi di sicurezza vista la presenza di unità libiche, è stato così testimone in acque internazionali dell’intercettazione di queste due imbarcazioni in pericolo, mentre la sua proposta di assistenza veniva declinata dalla Guardia costiera libica.

A puntare il dito contro il governo italiano è Sophie Beau, cofondatrice e vicepresidente della ong. «Questo drammatico avvenimento è stato estremamente duro per i nostri team, costretti ad osservare impotenti operazioni che conducono a rimandare in Libia persone che fuggono quello che i sopravvissuti descrivono come un vero inferno e che noi non abbiamo mai cessato di denunciare dall’inizio della nostra missione nel Mediterraneo. Sos Mediterranee, organizzazione europea di salvataggio in mare della società civile, non può accettare di vedere essere umani morire in mare né di vederli ripartire verso la Libia quando la loro imbarcazione è intercettata dalla Guardia costiera libica. Nonostante le condizioni attuali particolarmente difficili in alto mare il nostro dovere è di restare presenti per soccorrere coloro che cercano di fuggire l’orrore dei campi libici, per proteggerli e per continuare a testimoniare la realtà vissuta da questi uomini, donne e bambini in cerca di protezione».

Sono 808 in totale i migranti salvati: 387 nel corso di tre operazioni di salvataggio mercoledì 23 e giovedì 24 novembre , 421 sabato 25 novembre in una singola operazione di soccorso di una imbarcazione di legno sovraccarica, a 24 miglia nautiche dalla costa libica, a est di Tripoli. «L’imbarcazione di legno era così sovraffollata da risultare molto instabile - spiega Stalla  -. Un momento di panico a bordo sarebbe stato sufficiente a farla capovolgere senza lasciare alcuna possibilità di salvezza per queste persone, tra cui le numerose donne e i molti bambini ammassati nella stiva».

La nave Aquarius con i 421 sopravvissuti arriverà domani mattina al porto di Catania. Molti naufraghi mostrano le cicatrici della violenza, segni di malnutrizione, disidratazione e di stanchezza estrema. Una donna incinta di nove mesi, che ha avvertito le prime contrazioni a bordo dell’imbarcazione di legno, è stata affidata alle cure dell’ostetrica di Medici senza frontiere a bordo dell’Aquarius.

Secondo le testimonianze raccolte a bordo dai volontari, i sopravvissuti soccorsi sabato facevano parte di uno stesso gruppo detenuto per diversi mesi a Sabratha, poi di recente trasferito a Bani Walid, conosciuto per essere un centro nevralgico del traffico di esseri umani in Libia. «Eravamo tutti nella stessa prigione a Sabratha - ha raccontato un 26enne eritreo -. Un mese fa, a causa della guerra, siamo stati separati in gruppi di 20 persone, caricati su dei furgoni e trasferiti a Bani Walid e poi ammassati in un’altra prigione dove abbiamo trascorso un mese. Ieri (il giorno prima del soccorso, ndr) siamo stati trasferiti in un altro posto, una spiaggia dove siamo stati costretti ad aspettare in pieno sole, senza né acqua né cibo. L’imbarcazione ha lasciato la Libia attorno alle 6 del mattino».

«Nelle prigioni - ha aggiunto lo stesso testimone - venivamo picchiati con cavi elettrici. I libici non hanno umanità. Tutti noi eravamo proprietà dello stesso uomo, the boss, l’intero gruppo. Altre 600 persone appartenevano ad un altro boss. Nessuno paga lo stesso prezzo per il viaggio in mare. Alcuni hanno pagato mille dollari mentre un altro mi ha detto di averne pagati seimila». 

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