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Mafia, la passione dei Messina Denaro per l'archeologia
I piani per rubare l'Efebo e il Satiro e il ricatto allo Stato

Il sequestro al mercante d'arte Becchina riporta all'attenzione una storia che affonda le sue origini nel secolo scorso e che viene ripercorsa da diversi pentiti, recentemente sentiti dai magistrati. «Il vecchio Messina Denaro aveva questo hobby, la sua carriera iniziò come tombarolo». Ma è col figlio che il business si fa internazionale

Salvo Catalano

Il Satiro danzante, l'Efebo di Selinunte e tutta l'area archeologica vicina a Castelvetrano, meta ogni anno di milioni di turisti. Un tesoro per la Sicilia e per l'umanità, una mammella a cui attingere anche per Cosa Nostra. Nel territorio dei Messina Denaro, per anni la mafia ha fatto affari con i beni archeologici, non solo grazie ai numerosi tombaroli - tra cui si annoverano i fratelli Viola, Vincenzo Barraco e altri - ma anche attraverso chi era in grado di piazzare i reperti sul mercato europeo e internazionale. Mediatori, tra cui, secondo la Direzione investigativa antimafia che gli ha sequestrato un enorme patrimonio, spicca Gianfranco Becchina, mercante d'arte e commerciante di olio di Castelvetrano, trapiantato in Svizzera, uscito indenne dalle accuse che gli sono state avanzate in questi anni. Il suo nome ricorre nei verbali di pentiti storici: da Angelo Siino, plenipotenziario di Cosa Nostra nel settore degli appalti, a Vincenzo Calcara, fino ai trapanesi Giuseppe Grigoli e Lorenzo Cimarosa. Dalle loro dichiarazioni è possibile tratteggiare una realtà che a volte sembra scivolare nel romanzo, ma che ha invece al centro alcuni dei nomi più importanti del periodo più sanguinario di Cosa Nostra, chiuso con la morte di Totò Riina. 

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