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Rischio idrogeologico, finanziati 13 interventi del Patto
Geologi: «Mancano un filo conduttore e piani adeguati»

Riguardano tutti situazioni specifiche: sono i primi progetti del Patto per la Sicilia. Secondo il presidente dell'ordine dei geologi, «si rischia di fare cose senza una strategia comune». Colpa della mancanza di uno studio complessivo e moderno. Eppure un gruppo di studenti è riuscito a elaborare una mappa all'avanguardia

Miriam Di Peri

Negli interventi legati al rischio idrogeologico in Sicilia e messi nero su bianco nel Patto per il Sud siglato tra l’ex premier Matteo Renzi e il governatore Rosario Crocetta, esiste un «considerevole nodo critico». L’allarme parte dai geologi siciliani, secondo cui «non esiste tra i vari interventi un filo conduttore, una strategia comune che metta insieme i progetti, in modo da ottenere il massimo risultato».

I progetti già finanziati legati al rischio idrogeologico sono tredici, da Montalbano Elicona a San Cataldo, passando per Furnari o Sant’Agata di Militello. Ma si tratta di progetti «sostanzialmente slegati tra loro», accusa Giuseppe Collura, presidente regionale dell’ordine dei geologi. «Purtroppo - spiega - molto spesso si è agito riesumando vecchi progetti che i Comuni avevano dentro i cassetti, ma spiace constatare che non sia stato immaginato un filo conduttore, in assenza del quale si rischia di non raggiungere l’obiettivo, si rischia di fare cose che tra di loro non hanno un nesso». Secondo i geologi si tratterebbe di «interventi puntuali, su situazioni specifiche», come il consolidamento e la sistemazione idraulica di una strada di Furci Siculo, o per i lavori urgenti per la ricostruzione di un muro di sostegno distrutto a Sant’Agata di Militello o gli interventi per la salvaguardia della parte a valle del centro abitato di Reitano. «Abbiamo sempre sollecitato la Regione - sottolinea il presidente dei geologi - sulla necessità di un piano ragionato secondo un comune denominatore, purtroppo ad oggi non abbiamo avuto risconti».

Cosa comporta, in soldoni, non poter contare su una programmazione complessiva? «A titolo esplicativo - sottolinea Collura - basti pensare che si continuano a contare i danni all’indomani di un'esondazione, ma senza interventi programmati e costanti è come se non ci fossimo mai preoccupati di capire perché si forma la piena e in quali condizioni l’acqua arriva fino al centro abitato». Certo, è innegabile che i fondi contenuti nel Patto per il Sud siano una boccata d’ossigeno: «È assolutamente positivo che ci sia la possibilità di intervenire, anche puntualmente, il problema è non limitarsi all’azione puntuale. Sarebbe finalmente ora di pensare a un grande piano di manutenzione dei corsi d’acqua, restituendogli così la capacità di contenere le piene».

Eppure la Regione possiede già un piano di assetto idrogeologico, il cosiddetto PAI, ma il limite di questo strumento «è quello di registrare puntualmente i fenomeni già avvenuti». Insomma, non una mappa del rischio, che indichi in quali territori concentrare maggiore attenzione, ma una sorta di cimitero delle frane, dove segnare i fenomeni che man mano si presentano. Senza contare che da quando è stato pubblicato, nel 2006, sono già trascorsi oltre dieci anni. «Bisogna dotarsi su scala regionale - attaccano ancora i geologi - di uno strumento più innovativa rispetto al PAI, è una cosa che ripetiamo da tempo: lo sforzo che devono fare gli amministratori è quello di cogliere la necessità di passare a un reale strumento di pianificazione, che consentirebbe di pianificare anche la manutenzione ordinaria, per esempio dei corsi d’acqua».

Che tipo di studi occorrerebbero per redigere una mappa del rischio idrogeologico in Sicilia? «C’è un progetto, portato avanti da un gruppo di studenti dell’Università di Palermo, relativo al bacino dell’Himera. Il progetto si chiama Su.Fra. (suscettività alla franosità): tecnicamente si mettono insieme una serie di indici, che vengono elaborati attraverso un algoritmo che calcola la propensione di quel territorio alla franosità. Il futuro deve necessariamente andare in questa direzione». Per fare studi di questo tipo, intanto, servirebbero i geologi nella pubblica amministrazione. «Come ordine regionale abbiamo attivato una indagine conoscitiva, attraverso un questionario inviato ai 390 Comuni siciliani. Ci hanno risposto 320 amministrazioni e tra queste, soltanto 14 hanno un geologo in pianta organica. Eppure la Sicilia è una Regione in cui il 90 per cento dei Comuni ha almeno un’area ad elevato rischio idrogeologico. È così anche nelle Asp, negli uffici del Genio civile, ma senza una seria progettazione si metteranno sempre pezze, non si farà mai una prevenzione reale».

Un problema che non riguarda soltanto l’assessorato al territorio. «C’è un bando dell’assessorato all’Agricoltura per il finanziamento di reti infrastrutturali interaziendali che destina soltanto lo 0,5 per cento agli studi geologici. Come si fa a pensare di costruire una strada praticamente escludendo un serio studio geologico sul territorio nel quale verra costruita?»

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