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Nebrodi, migliaia al corteo dopo l'agguato ad Antoci
«Sicilia non ha bisogno di eroi ma di gente perbene»

Si è svolta a Sant'Agata di Militello la marcia di solidarietà nei confronti del presidente del Parco dei Nebrodi, vittima mercoledì scorso di un attentato. Presente una cinquantina di sindaci, tra cui quello di Cesarò che ieri aveva negato la matrice mafiosa del gesto. «Ho solo difeso il mio Comune», replica a MeridioNews

Simone Olivelli

Migliaia di persone e una cinquantina di sindaci si sono riuniti stamattina a Sant'Agata di Militello, la località messinese dove ha sede l'ente Parco dei Nebrodi. L'iniziativa è nata come risposta sociale all'attentato dei giorni scorsi contro il presidente Giuseppe Antoci. A partecipare sono stati esponenti politici e comuni cittadini, ma anche scolaresche e associazioni antiracket.

A sostegno di Antoci, già ieri, si erano riunite le principali istituzioni con una riunione del comitato di sicurezza, a cui ha preso parte anche il ministro degli Interni, Angelino Alfano, che ha annunciato l'invio di 12 reparti speciali, che da qui in avanti avranno l'obiettivo di stringere il cerchio attorno agli autori dell'agguato di mercoledì scorso. Quando, di ritorno da una manifestazione a Cesarò, l'auto blindata su cui viaggiava Antoci - che da tempo vive sotto scorta - è stata colpita da diversi colpi di fucile. Soltanto il pronto intervento degli agenti, compreso quello del commissario di Sant'Agata di Militello che seguiva la vettura, ha evitato il peggio. 

Tra coloro che hanno preso la parola, lo stesso Antoci che ha sottolineato come «la Sicilia non ha bisogno di eroi ma di tanta gente perbene». Il presidente del Parco dei Nebrodi è nel mirino delle cosche locali, per le misure prese contro gli affari che la mafia gestisce nel settore pastorizio e agricolo. Su tutti i fondi comunitari di cui avrebbero beneficiato, in questi anni, diverse aziende legate alla criminalità organizzata, e, in particolare, al capoclan ergastolano Giuseppe Pruiti. «I cittadini devono fare ogni giorno il proprio dovere - ha detto Antoci -. Non mi sento solo, sono felice per tutta questa manifestazione d'affetto». 

Al corteo ha preso parte anche Gaetano Grasso, presidente onorario della Federazione antiracket e antiusura nazionale. «La forza della nostra esperienza è quella di non considerare mai le partite chiuse. Qui 24 anni fa 20 mila persone chiusero una prima partita contro il racket. Ora le partite si riaprono», ha commentato facendo riferimento al movimento che, a inizio anni Novanta, prese una posizione forte contro il sistema estortivo attivo nella zona. Grasso ha inoltre sottolineato che nei confronti della mafia dei pascoli «siamo di fronte a un ritardo strutturale». Richiamo al passato anche da parte del presidente della Regione, Rosario Crocetta. «In questa provincia si è sperimentato il primo modello di antimafia sociale che ha coinvolto i cittadini con la rivolta dei commercianti di Capo d'Orlando - dichiara il governatore -. I mafiosi devono tenere presente che la società messinese e dei Nebrodi non è una società quieta: quando lo scontro si fa duro la gente sa da che parte stare e combatte la mafia».

Antoci non è l'unico bersaglio della mafia dei Nebrodi. Anche il sindaco di Troina, Sebastiano Veneziada più di un anno vive sotto scorta e negli scorsi giorni ha manifestato la preoccupazione, per un clima particolarmente teso. A detta del primo cittadino, infatti, già una settimana prima dell'attentato erano emersi segnali che facevano presagire qualcosa. «Quanto accaduto nei giorni scorsi non è un attacco a una persona ma a un intero territorio e al suo futuro». Venezia, che è stato in prima fila nella revoca delle concessioni demaniali alle aziende che non hanno i requisiti antimafia, si è poi rivolto ai giovani. «La lotta ora assume una forza collettiva, questa battaglia diventerà quella di un intero territorio e dei giovani».

Presente anche il sindaco di Cesarò, Salvatore Calì, finito ieri al centro di una polemica, dopo aver negato la possibilità che dietro all'attentato ad Antoci possa esserci stata la mafia. «Si tratta di delinquenza locale che c’è ovunque, ma la mafia vera e propria è una parola troppo grossa, troppo grande da dire», ha detto Calì al quotidiano 98zero. La dichiarazione ha suscitato la reazione di AddioPizzo Catania, che in una nota ha chiesto al sindaco di dimettersi. «Riteniamo molto gravi e superficiali le dichiarazioni del primo cittadino del Comune di Cesarò – si legge nel comunicato -. O è in possesso di informazioni che giustificano la sua tesi oppure sarebbe il caso di consegnare la fascia di primo cittadino». Contattato da MeridioNews, Calì stamattina ha chiosato. «Di cosa dovrei pentirmi? Ho solo difeso il mio Comune. E comunque stamattina sono qui insieme ad Antoci».

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