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Don Agostino Profeta, l'ultimo dei pupari agrigentini
«Un futuro è possibile, narriamo storie dei migranti»

Nato a Licata nel 1930, la sua vita si è intrecciata alle vicende di mori e saraceni. Epopee che potrebbero trovare nuove rappresentazioni nell'attualità. Il racconto di decenni di cultura popolare, quando «il puparo veniva visto come un insegnante». Maestri di un'arte spesso dimenticata, ma che potrebbe rinascere

Gino Pira

Foto di: Domenico Vecchio

Foto di: Domenico Vecchio

«Una pupata. Cos’altro può essere l’opera dei pupi per chi non la conosce?». La voce squillante di don Agostino Profeta si avverte ancor prima che entrino in scena i suoi occhi celesti, ingranaggio di un’intermittenza di gioia creativa e stizza per l’ingiusto sipario che sta calando sul teatro dei pupi siciliani. 

Nato a Licata nel 1930 e figlio di Giovanni, puparo di professione, l’ultimo dei manianti agrigentini non vuole che la sua vita venga romanzata: sarebbe troppo facile. E il suo intento non è nemmeno ripercorrere la storia dell’opera: per quello ci sono i libri. Sorprendentemente, ciò che preme a don Agostino è attualizzare il tema per evidenziarne i profili di interesse per l’uomo contemporaneo, come se fosse appena uscito da un seminario di marketing per pupari. 

Artista, carrozziere, ciclista, studioso di cultura popolare e artigiano, ha trascorso infanzia e giovinezza a bordo della carovana che il padre portava in giro per tutta la Sicilia, imparando l’arte di rendere umane ed eroiche delle semplici marionette attraverso la modulazione della voce, la scelta delle parole, l’intuito nel recitare. Puparo ma non troppo, nel corso della sua vita, ha sempre capito quando, in ambito lavorativo, giungeva il momento di dedicarsi ad altro e di dire ai suoi pupi: arrassativi

Il mastru puparu licatese si è sempre reinventato, aggiornato, interrogato su cause ed effetti che muovono la storia. «Il puparo, fin dalle origini, è stato un punto di riferimento per la società, soprattutto per coloro che appartenevano ai ceti più bassi e che nella sua figura vedevano un educatore, un insegnante: per questo lo chiamavano “don” - racconta a MeridioNews -. L’opera si rappresentava tutte le sere: la gente seguiva ogni puntata, come si fa oggi con le fiction, con un trasporto fuori dal comune. Conosceva tutti i personaggi e vi si immedesimava completamente. Succedeva - ricorda - che durante lo sbarco dei Mille i siciliani combattessero come i paladini, pur senza armi; che gli spettatori lanciassero scarpe addosso all’avversario del proprio beniamino o iniziassero a dare pugni sul palco, in preda alla disperazione, quando quest’ultimo veniva ucciso». 

Poi ci si inventò l’opera con personaggi viventi. «In quel periodo iniziava a diffondersi il cinema, e per contrastare il declino cui andava incontro il teatro dei pupi - spiega - portammo in scena l’opera recitata da attori in carne e ossa: prima di noi lo fece soltanto Gaetano Crimi, promotore dell’opra a Catania e licatese di nascita». Adesso, quella stessa curiosità talentuosa ed energica, spinge don Agostino a immaginare lo spettacolo dei pupi in chiave contemporanea, per rilanciarlo e salvarlo dall’incuria dell’uomo e del tempo. «Oggi il pubblico non riconoscerebbe più i personaggi, sarebbe impensabile riproporre l’opera a puntate. Servono formule più accattivanti - prosegue - come la concentrazione di varie scene in un’unica rappresentazione e magari l’impiego dei pupi della farsa per stemperare certe atmosfere troppo solenni». 

Strumenti antichi per contenuti nuovi. «Rivisitare la figura dei mori e dei saraceni per affrontare il tema dell’immigrazione e dei profughi, rielaborare le scene dei combattimenti per contrastare il fenomeno del bullismo - immagina don Agostino -. Ecco cosa farei, in una società dove istruzione è sinonimo di troppa scuola e poca educazione». La funzione pedagogica dell’arte, dunque, ma anche il recupero del lavoro manuale. «Un nuovo indotto si può creare solo con un sistema di produzione retto da imprese delle quali gli artigiani non siano dipendenti, ma soci». Un ritorno alla bottega, luogo dove la passione si lega al sacrificio e l’apprendimento non è fine a se stesso; dove si impara a costruire i pupi, non a esserlo. «Si potrebbe puntare anche su un turismo dei pupi - conclude - con un circuito e una rete di servizi studiati su misura». Parola di un puparo, di quelli veri.

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