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Augusta, Esso vende ma lascia un territorio avvelenato
«Situazione critica: in 18 anni bonificato appena l'8%»

La multinazionale chiuderà la cessione del ramo d'azienda alla compagnia di stato algerina entro fine anno. Che ne sarà del piano per il risanamento? «Le attività restano in carico a chi ha prodotto l'inquinamento», ricorda Legambiente. Don Prisutto: «Temo che la nuova ditta sprema questo posto come un limone»

Marta Silvestre

Foto di: Isab

Foto di: Isab

La Raffineria di Augusta passerà dalla Esso alla compagnia di stato algerina, la Sonatrach. L'annuncio è arrivato a metà della settimana scorsa dalla stessa multinazionale statunitense che ha assicurato «una gestione attenta della transizione, con particolare riferimento al personale, alla sicurezza, alle relazioni con le comunità locali e alla tutela dell’ambiente». Oltre alle preoccupazioni dei sindacati per il futuro occupazionale dei lavoratori, più di un timore c'è anche per la questione ambientale. Dopo l'arrivo degli algerini, che ne sarà delle procedure per le bonifiche?

«Nonostante la cessione di un'azienda che rientra fra i siti di interesse nazionale (Sin), le attività di bonifica restano in piedi e a carico di chi ha prodotto l'inquinamento, che rimane il responsabile». A ricordare gli obblighi di legge che inchiodano la multinazionale americana a tenere fede agli impegni presi è Enzo Parisi, referente di Legambiente Siracusa. L'attuazione resta dunque compito della Esso, mentre il ruolo di vigilare tocca ai nuovi arrivati di Sonatrach. «E noi - aggiunge Parisi - speriamo che abbiano la premura e la precisione di portare avanti le bonifiche così come è previsto. Sarebbe il migliore biglietto da visita per la nuova ditta che, per altro, rappresenta anche il primo investimento diretto degli algerini in Italia». 

Un quadro della situazione attuale lo offre l'ultimo aggiornamento del dicembre 2017 sui procedimenti di bonifica del sito di Priolo, elaborato dalla direzione generale per la salvaguardia del territorio e delle acque del ministero dell'Ambiente e che trova riscontro anche nel documento redatto dall'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente, l'Arpa. Sul 48 per cento di aree a terra caratterizzate come contaminate rispetto alla superficie dell'intero Sin (la cui perimetrazione complessiva è di 5.814 ettari), solo sul 17 per cento di queste esiste un progetto presentato di messa in sicurezza o di bonifica. Per quelle con progetti già approvati con un decreto, la percentuale scende ancora al 13 per cento. Si ferma solo all'8 per cento, rispetto all'intera superficie del Sin, quella delle aree con un procedimento di bonifica già concluso.

«C'è una parte consistente che riguarda i suoli della raffineria che sono stati contaminati da vari inquinanti - afferma il referente di Legambiente - ma la partita più forte riguarda, senza dubbio, le falde acquifere contaminate da idrocarburi e metalli pesanti». Quando è entrata in vigore la legge regionale del 2000 per contrastare «l'emergenza nel settore dei rifiuti urbani, bonifica e risanamento dei suoli, delle falde e dei sedimenti inquinati, e in materia di tutela delle acque superficiali e sotterranee e dei cicli di depurazione», le ditte hanno dovuto autodenunciare le condizioni ambientali in cui stavano operando. «Così anche la Esso ha presentato il progetto di analisi con campione e il piano di caratterizzazione per delimitare il perimetro contaminato, una sorta di radiografia del sito su suoli e falde acquifere», spiega Parisi. 

È sulla base di questo che vengono presentati i progetti per la bonifica che dovranno poi essere approvati in conferenza dei servizi al ministero dell'Ambiente. «Una volta approvato il piano, tocca all'azienda provvedere a are le bonifiche, con i propri fondi e sotto la supervisione di vari enti riuniti in una apposita commissione che, nel caso in cui tutto risulta fatto a norma, rilascia la certificazione. Qui la situazione è critica: in 18 anni non si è nemmeno arrivati a superare la soglia del dieci per cento per i suoli inquinati - lamenta Parisi - I tempi sono lunghissimi e questo è inaccettabile per la popolazione che resta a vivere nel territorio contaminato. La sola cosa che ci resta da fare - conclude - è stare con il fiato sul collo anche ai nuovi arrivati e rimanere vigili per fare in modo che le procedure vengono eseguite il più velocemente possibile». 

La sindaca di Augusta, Cettina Di Pietro, ha incontrato i dirigenti della Sonatrach. «Ho avuto l'urgenza di affrontare con loro i due temi principali che mi stanno a cuore in questo passaggio di proprietà: da una parte le intenzioni di investire sul territorio - dice la prima cittadina megarese - e di mantenere i livelli occupazionali e, dall'altra l'impegno al rispetto della tutela del nostro territorio». A febbraio, durante l'ultima conferenza dei servizi che si è tenuta al ministero dell'Ambiente per il rilascio della nuova autorizzazione integrata ambientale (Aia) al centro dell'incontro sono state messe le prescrizioni della procura aretusea dopo il sequestro degli impianti del petrolchimico. «In quell'occasione avevo notato - riporta la sindaca - una certa fretta di chiudere l'accordo per avere l'Aia da parte di Esso, nonostante ci fosse tutto un cronoprogramma da rispettare. Guardando la cosa adesso, capisco che è perché quella era la condizione necessaria per il funzionamento dell'impianto e che, quindi, c'era già l'aria di vendita». La cessione del ramo di azienda dovrebbe concludersi, infatti, entro la fine dell'anno. 

«L'amara verità - afferma don Palmiro Prisutto, parroco della chiesa madre di Augusta che da anni si batte contro l'inquinamento e il 28 di ogni mese celebra una messa in cui vengono elencati i troppi morti di cancro a causa della grave situazione ambientale - è che a nessun livello abbiamo governanti in grado di gestire la situazione». Cresce per il prete la preoccupazione per le sorti dell'ambiente. «Temo che questa nuova ditta possa avere tutto l'interesse a spremere come un limone il territorio senza dare nulla in cambio. Che interesse possono avere a tutelare la nostra terra?», si chiede don Palmiro che da anni lamenta il «silenzio assordante sulle questioni ambientali. Io spero che gli augustani alzino la voce non solo per difendere il proprio posto di lavoro, ma anche tenendo conto del principio di legge che vuole che chi inquina paghi. Qui - conclude - a me pare che a pagare sia solo la popolazione inquinata e temo che l'unica bonifica che faranno sarà quella dei cittadini, da vivi o da morti».

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