Messina, stanza del sindaco intitolata a Impastato
Accorinti: «Le coscienze non si possono bloccare»

Simona Arena

Cronaca – Il primo cittadino, d'accordo con la giunta, ha dedicato la stanza al giornalista e attività italiano ucciso a Cinisi dalla mafia. Una targa all'ingresso, lì dove c'è anche la galleria con le immagini dei primi cittadini della città. E una foto vicino a quella del presidente della Repubblica

Tra poco meno di due mesi saranno trascorsi 40 anni dal suo omicidio. Ma il suo esempio, la sua lotta contro la mafia sono ancora oggi vivi. Proprio perché la vita e la lotta di Peppino Impastato continuino a essere un esempio per tutti, il sindaco Renato Accorinti, l’assessore alla Cultura Federico Alagna e tutta la giunta hanno deciso di intitolare la stanza del primo cittadino di Messina al giornalista e attivista italiano, membro di Democrazia Proletaria, assassinato a Cinisi il 9 maggio 1978. 

Oggi per l’occasione in riva allo Stretto è arrivato Giovanni Impastato, fratello di Peppino che ha incontrato gli studenti messinesi al Palacultura. Oltre alla targa all'ingresso, nella stanza del sindaco di Messina, accanto a quella del presidente Mattarella, c’è la foto del giornalista siciliano assassinato da Cosa Nostra. Quella mafia che lui ha combattuto mettendosi contro la sua famiglia e che gli è costata la vita. 

«Peppino - ha detto Accorinti - viene da una famiglia mafiosa è da lì non si esce. E invece ha dato un esempio straordinario perché le coscienze non si possono bloccare». Due le sue frasi incise sulla targa. «La mafia è una montagna di merda», la seconda è una speranza che Peppino Impastato aveva: «Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà».

Questa targa il prossimo 10 giugno darà il benvenuto al nuovo primo cittadino di Messina. Si trova nella stanza che ospita la galleria dei sindaci e guarda i ritratti figure che hanno fatto la storia della città, talvolta molto controverse. Tra queste anche quella di Francantonio Genovese, condannato in primo grado a 11 anni per associazione per delinquere, riciclaggio, peculato, frode fiscale nel processo scaturito dall’operazione Corsi d’oro sull’uso illecito di finanziamenti erogati dalla Regione siciliana a enti della formazione professionale.