Pasta, da oggi obbligo di indicare origine su etichette
Sicilia guarda oltre: si lavora a marchio qualità sicura

Salvo Catalano

Economia – Il consumatore troverà l'indicazione sulla provenienza del grano: se italiano, europeo o extra Ue. «È un compromesso, ma permetterà di sapere se arriva da Paesi dove si usa il glifosato». Nell'Isola resistono i pastifici che hanno puntato sulla qualità. E che potrebbero trovare aiuto nel lavoro che sta portando a termine la Regione

Grano italiano, o proveniente da Paesi dell'Unione europea, o da extra Ue. Da oggi chi andrà al supermercato a comprare un pacco di pasta troverà sull'etichetta questa indicazione: scatta infatti l'obbligo di precisare da dove arriva la materia prima. Una vittoria che Coldiretti accoglie con entusiasmo, sottolineando come finalmente si potrà fare una scelta più consapevole, scartando la pasta fatta con grano che arriva da Paesi dove è concesso quello che in Italia non lo è: un esempio su tutti, l'uso del contestato glifosato. «Conoscere da dove proviene ciò che si mangia è un diritto di ogni consumatore», sottolinea il presidente siciliano dell'associazione, Francesco Ferreri. Ma quali saranno i reali vantaggi per gli otto milioni di quintali grano duro prodotti in Sicilia (seconda solo alla Puglia) nell'ultimo anno? E come sta oggi il mercato nell'Isola, dopo che nell'ultimo decennio i pastifici industriali sono passati da 19 a cinque?

«L'obbligo di etichettatura è un compromesso perché fornisce informazioni generiche - spiega Giuseppe Russo, biologo del consorzio siciliano Ballatore che dal 1997 promuove progetti di ricerca nella filiera dei cereali -. È vero che il consumatore non sarà in grado di scegliere il grano siciliano, ma la possibilità di conoscere genericamente la materia prima aiuterà i grani del Mezzogiorno che sono naturalmente privi di micotossine, come abbiamo verificato in diversi programmi di monitoraggio». In realtà, nell'ultimo periodo, diversi pastifici siciliani artigianali e i pochi industriali rimasti hanno deciso di puntare sul grano dell'Isola e lo dichiarano in etichetta. «Ma manca un ente terzo che certifichi la qualità - sottolinea Russo - questo deve essere il prossimo passo per creare una riconoscibilità davvero siciliana». 

E in questa direzione si muove a grandi passi la Regione che, con la collaborazione di enti di ricerca e protagonisti della filiera del grano, si avvia a varare un sistema di qualità riconosciuto dall'Unione europea. Il disciplinare è quasi pronto e rende ancora più stringenti i limiti dettati dalla normativa, esattamente come chiede Bruxelles per di rilasciare il marchio qualità sicura. «Il regolamento d'uso e le modalità di rilascio del logo sono già state pubblicate in Gazzetta ufficiale - spiega Pietro Miosi, dirigente del dipartimento Agricoltura che sta seguendo l'iter - adesso le linee guida del disciplinare dovranno essere approvate dalla giunta, quindi essere sottoposto ai suggerimenti dei vari attori della filiera e infine trasmesso alla commissione europea. Contiamo di inviare tutto a Bruxelles entro l'inizio dell'estate». Con questo passo, i produttori che vorranno fregiarsi del marchio qualità sicura per la loro pasta dovranno garantire caratteristiche molto restrittive: un livello di tossine inferiore a quello consentito dalla legge, assenza di glifosato nella coltivazione, tracciabilità della filiera, tenore proteico del grano superiore a 12,5 per cento. Una pasta siciliana garantita e certificata. 

Ma in attesa che tutto questo diventi realtà, a cosa può guardare adesso il consumatore per orientarsi tra gli scaffali del supermercato? «Non basta dire Italia per dire qualità - continua il ricercatore del consorzio Ballatore -. I parametri a cui guardare cambiano in base a cosa cerca il consumatore: c'è quello che vuole una pasta che tiene la cottura, allora serve fare attenzione al valore proteico, più alto è meglio è. Altri sono attratti dal colore: che dipende dall'indice di giallo. Altri ancora, e sono sempre di più, badano agli aspetti salutistici, come la buona funzionalità intestinale, in questo caso meglio la pasta integrale».

Gli agricoltori siciliani, però, devono fare i conti con prezzi di vendita del grano piuttosto bassi. «Variano settimanalmente in base alle borse - spiega Bernardo Messina, specializzato in Economia agraria - nell'ultimo anno un chilo di grano siciliano è stato venduto tra i 18 e i 22 centesimi al chilo. Prezzi non remunerativi se non hai un'azienda molto produttiva». Nel Palermitano, a Valledolmo, il pastificio Vallolmo, a metà strada tra un impianto artigianale e industriale, acquista solo grani locali ed esporta in Danimarca, Stati Uniti e Australia il 40 per cento dei novemila quintali di pasta che produce. In Italia affida il suo prodotto a catene di media distribuzione - come Sanè, Famila, Prezzemolo e Vitale - che curano prodotti di nicchia. 

«Nell'ultimo anno abbiamo avuto un trend di crescita del 40-45 per cento - rivendica il titolare, Tommaso Miceli -. In passato molti pastifici industriali siciliani sono collassati perché hanno cercato il braccio di ferro con le grandi industrie. Se invece l'obiettivo è creare prodotti genuini, con una filiera chiusa e cercando un mercato dove il prodotto è apprezzato, allora - conclude - si riesce a lavorare bene e il grano siciliano potrà avere un futuro roseo».