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Il Dalai Lama a Taormina parla di migranti e pace
«Accogliere tutti e poi fare sviluppare i loro Paesi»

Giorgia Lodato

Costume e società – Un migliaio di persone ha seguito le lezioni di Tenzin Gyatso. Il capo religioso si è detto turbato dalle recenti uscite di Donald Trump sul tema della solidarietà e ha ricordato che ogni essere umano è caratterizzato dalle stesse emozioni: «Tutti proviamo tristezza e attaccamento», spiega

Sembrano non esserci differenze di religioni, tradizioni e cultura tra le migliaia di persone che, questa mattina, nonostante il sole abbia cominciato a picchiare presto, hanno riempito il teatro antico di Taormina per assistere alle due lectio magistralis di Tenzin Gyatso, quattordicesimo Dalai Lama. È una folla di buddisti, ovviamente, ma anche di cattolici, non credenti. Presenti sia giovani che anziani. Tra loro anche un buddista siciliano di vecchia data: il maestro Franco Battiato.

L'incontro con il premio Nobel per la pace si apre con la consegna, dopo tante polemiche, della cittadinanza onoraria dell'area metropolitana di Messina. «I sogni si possono realizzare, basta crederci, sempre», dice durante la consegna dell'onorificenza un emozionato Renato Accorinti, sindaco di Messina.

Tenzin Gyatso accorcia subito le distanze dal pubblico con l’invito a intervenire e un paio di battute divertenti. «Normalmente parlo in piedi, ma a 82 anni ho qualche problema alle ginocchia», dice rimanendo seduto su una sedia. E dopo aver portato un messaggio di pace e amore che ha origini lontane e risale addirittura all’ottavo secolo, il Dalai Lama sceglie la Sicilia per chiarire la sua idea sulla questione immigrazione. Non ha mai pensato, come gli è stato attribuito dopo alcune dichiarazioni rilasciate a un giornale tedesco, che il fenomeno vada fermato e i migranti rispediti a casa. Anzi. «Gli immigrati vanno accolti, tutti, e vanno salvati perché sono esseri umani proprio come noi. Io stesso - chiarisce - sono profugo da 52 anni. Il nostro impegno deve essere salvare, integrare e istruire. Dopodiché gli Stati ricchi devono impegnarsi per far tornare a casa chi lo vuole, costruendo nei loro Paesi le condizioni per vivere con dignità».

«Quando mi relaziono con gli altri - osserva - mi considero uno dei sette miliardi di persone su questo pianeta, senza tener conto della nazionalità, del nome, della provenienza. Sono tutte differenze secondarie, siamo nati essere umani e moriremo essere umani. Abbiamo tutti paura, proviamo tristezza e attaccamento».

L'altro tema che il Dalai Lama affronta con il pubblico del teatro antico, che lo tratta quasi come una star, è ovviamente quello della pace. «Il mio primo impegno è quello di promuovere l'unità tra gli esseri umani - spiega -. La realtà ci dice che siamo animali sociali, dipendiamo l'uno dall'altro per la nostra esistenza. In questo momento - aggiunge - mentre noi godiamo della tranquillità, altri essere umani come noi stanno subendo sofferenze atroci, guerre, soprusi, carestia». Per questo serve l'impegno dei leader mondiali, che troppo spesso riflettono la crisi emotiva generale. «Mi hanno impressionato negativamente le parole e le azioni del nuovo presidente degli Stati Uniti sul tema della pace e della solidarietà».

Nel corso del suo discorso, il capo religioso ribadisce che per costruire la pace serve educare i giovani. Ma educarli bene. «Ciò che trasmettiamo troppo spesso è solo l'importanza di accumulare potere, senza alcun valore, senza alcuna compassione. Invece serve - conclude - aiutarli a comprendere l'importanza di avere un buon cuore».