Favara, confermata condanna per Antonino Baio
Trent'anni per l'omicidio di Palumbo Piccionello

Gabriele Terranova

Cronaca – La Cassazione ha messo la parola fine alla vicenda giudiziaria seguita al delitto che si consumò a fine novembre 2012. A essere ucciso fu il re indiscusso delle sale giochi agrigentine. All'origine del delitto una storia di ripicche e false accuse. La difesa ha puntato sull'infermità mentale, ma i giudici hanno rigettato la tesi

In Cassazione si è presentato con un super collegio difensivo: ai già noti avvocati Antonino Mormino e Giovanni Castronovo è stato nominato anche il professore Franco CoppiAntonino Baio, 75 anni, si è giocato ieri, davanti la Suprema Corte, la sua ultima carta. Ma è servita a poco: la condanna a 30 anni per omicidio, già rimediata in primo e secondo grado, è stata confermata. Adesso Baio è ufficialmente «catturabile».

L'uomo è stato ritenuto responsabile dell'omicidio di Calogero Palumbo Piccionello, 67 anni, re indiscusso delle sale giochi in provincia di Agrigento, assassinato proprio da Baio a colpi d’arma da fuoco la sera del 28 Novembre 2012 in via Napoli a Favara. L’imputato confessò il delitto, si costituì ai carabinieri e attese da detenuto il suo destino, fino all’aprile del 2014, quando fu scarcerato per scadenza dei termini.

La difesa di Baio ha sempre proposto il tema dell’infermità mentale: «Non si possono ignorare del tutto le testimonianze di parenti e amici che descrivono le sue patologie psichiatriche e prendere, invece, per oro colato le conclusioni del perito del giudice di primo grado. Aveva un’ossessione, era il delirio di una persona con problemi psichici, non conosceva neppure il povero Palumbo Piccionello». Questa in sintesi la linea difensiva degli avvocati di Baio.

L’imputato aveva confessato il delitto originato da una banale storia di ripicche e false accuse che avevano indotto l’omicida a pensare di essere stato etichettato e indicato in Prefettura con una lettera anonima come un usuraio dalla vittima. Oltraggio che Baio ha lavato con il sangue. Dal canto suo, il procuratore generale della Cassazione aveva ribadito che la condanna andava confermata perché era chiara la colpevolezza dell’imputato.