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Foto di Raffaele Sergi

Nebrodi, la banca del Dna dei capi di bestiame
Vitelli rubati identificati grazie a sperimentazione

Simona Arena

Cronaca – Dalla collaborazione tra polizia e istituto zooprofilattico è nato l'archivio, diventato strumento nella lotta all'abigeato. «Abbiamo pensato che, dal sangue prelevato per i controlli, oltre all’analisi sulla brucellosi potesse essere estratto il dna di ciascun animale». Tre allevatori di Tortorici sono stati così denunciati per ricettazione

Un’intuizione investigativa che si è trasformata in una sperimentazione avviata tra polizia di Stato e istituto zooprofilattico di Barcellona e ha cominciato a produrre i primi frutti. Tre allevatori tortoriciani sono stati denunciati a piede libero per ricettazione e falso ideologico per aver immesso nei propri allevamenti vitellini da latte rubati lo scorso 18 marzo. Il reato è stato scoperto grazie alla banca dati del Dna dei capi di bestiame, creata proprio all’istituto zooprofilattico di Barcellona. Lo strumento si candida a diventare una nuova arma investigativa contro l’abigeato

Lo scorso dicembre le indagini della polizia di Stato di Sant’Agata di Militello sono sfociate nell’operazione Gamma Interferon. Due i gruppi smantellati, che sui Nebrodi avevano costruito una rete clandestina per la commercializzazione delle carni. Migliaia di capi di bestiame rubati, poi certificati con la complicità di alcuni veterinari dell'Asp che avrebbero guadagnato fino a 70mila euro. Durante quest’indagine gli investigatori hanno un’intuizione. «Ogni anno - spiega Daniele Manganaro, vicequestore aggiunto - gli allevamenti di ovini e bovini sono sottoposti per legge al controllo sulla brucellosi, si tratta di prelievi di sangue da ciascun animale che vengono inviati all’istituto zooprofilattico per le successive analisi. Con il direttore del centro, il dottor Vincenzo Di Marco Lo Presti, abbiamo pensato che oltre all’analisi sulla brucellosi potesse essere estratto il dna di ciascun animale e conservato in una banca dati». 

E così hanno fatto. Ieri, grazie alla comparazione del dna dei vitellini con quello prelevato alla madre è stato possibile risalire all’allevamento nel quale si trovavano i vitelli rubati. «Si tratta di uno strumento investigativo innovativo – conclude Manganaro – che speriamo possa potenziarsi sempre più nel tempo ed estendersi a tutta la Sicilia e anche all’intero Paese. In questo modo sarà sempre più difficile commettere furti di animali. E i contenuti della banca dati consentiranno esami sul dna anche sulla carne macellata. Garantendo ancora più sicurezza ai destinatari finali».